Nelle donne in pre-menopausa con un tumore al seno, maggiore è la durata della chemioterapia con ciclofosfamide, più alto è il rischio di amenorrea prolungata. Fortunatamente, l'amenorrea non sembra in ultima analisi influire sulla qualità di vita delle donne. È quanto si evince dallo studio B-30 condotto dal gruppo cooperativo statunitense NASBP (National Surgical Adjuvant Breast and Bowel Project), pubblicato da poco sul sito web del Journal of Clinical Oncology.

Lo studio ha valutato l'effetto di diversi regimi sulla storia mestruale e sulla qualità di vita di donne con un tumore al seno con linfonodi positivi sottoposte a una chemioterapia adiuvante. Gli schemi confrontati sono stati il regime sequenziale doxorubicina (A) e ciclofosfamide (C) seguiti da docetaxel (T) per 24 settimane (AC>T), docetaxel-doxorubicina-ciclofosfamide concomitanti (TAC) per 12 settimane e doxorubicina-docetaxel (AT) per 12 settimane. Le donne con tumori positivi per i recettori ormonali erano trattate anche con la terapia ormonale.
Gli autori hanno quindi valutato l'incidenza dell'amenorrea con i diversi schemi teraputici, la relazione tra amenorrea e qualità di vita e la qualità di vita nei diversi bracci di trattamento.

Lo stesso gruppo aveva già dimostrato in un trial precedente che un trattamento più lungo con più farmaci, cioè il regime AC>T, migliora leggermente la sopravvivenza. Questo nuovo studio ha però dimostrato che si associa anche a percentuali maggiori di amenorrea.

Patricia Ganz, del Jonsson Comprehensive Cancer Center di Los Angeles, coordinatrice dello studio, in un'intervista all'agenzia Reuters ha detto che "la colpevole principale dell'amenorrea è la ciclofosfamide e che l'unico modo per minimizzare il problema è evitarla". Il consiglio della specialista, per le donne preoccupate di preservare la loro fertilità, che hanno già superato i 35 anni e sono a basso rischio di recidiva, è quello di optare per il regime AT, che non contiene ciclofosfamide. Nella pratica, però, ha sottolineato Ganz "le donne sono più preoccupate per la loro sopravvivenza e sono disposte ad accettare l'amenorrea" per raggiungere questo obiettivo.

Gli autori dello studio hanno raccolto dati sulla storia mestruale di 2.149 donne e valutato la qualità di vita di 2.111 mediante questionari standardizzati al basale, il primo giorno del quarto ciclo di chemioterapia e ogni 6 mesi per 2 anni.
Le percentuali di amenorrea prolungata (definita dai ricercatori come un periodo di sei mesi senza ciclo mestruale) sono state del 69,8% con lo schema AC>T, del 57,7% con lo schema TAC e del 37,9% con quello AT e (P< 0,001). L'incidenza più bassa di amenorrea si è osservata nelle donne trattate con lo schema AT senza tamoxifene.

Anche se la gravità del sintomo e la qualità della vita sono risultate peggiori per il regime AC>T a 6 mesi, alle fine dello studio le differenze rispetto agli altri schemi terapeutici si erano annullate. In più, un'amenorrea prolungata non è risultata predittiva in modo significativo né dei sintomi né della qualità di vita.

Il legame tra amenorrea, menopausa e fertilità a lungo termine non è ancora pienamente compreso. L'amenorrea sembra proteggere dalle recidive le donne i cui tumori esprimono i recettori ormonali. E per molte di esse, specie quelle più giovani, le mestruazioni ricompaiono una volta finita la chemioterapia.

Nicholas Wilcken, oncologo medico del Westmead Hospital di Sydney, autore dell'editoriale di commento allo studio, spiega che la perdita della funzionalità ovarica dipende molto dall'età e tranquillizza le donne, per lo meno quelle più giovani, precisando che le trentenni possono anche saltare alcuni cicli mestruali, senza andare incontro a un'amenorrea permanente.

P.A. Ganz, et al. Menstrual History and Quality-of-Life Outcomes in Women With Node-Positive Breast Cancer Treated With Adjuvant Therapy on the NSABP B-30 Trial. Pubblicato online prima della stamp ail 7 febbraio 2011. doi: 10.1200/JCO.2010.29.7689
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