Ca mammario avanzato HER2-, aggiunta di sorafenib non frena la progressione

Oncologia-Ematologia
L’aggiunta dell’inibitore delle tirosin chinasi (TKI) sorafenib a capecitabina non ha migliorato la sopravvivenza libera da progressione (PFS) rispetto alla sola capecitabina nello studio RESILIENCE, un trial di fase III su pazienti con carcinoma mammario localmente avanzato o metastatico HER2-negativo. A darne l’annuncio sono Bayer HealthCare e Onyx Pharmaceuticals, in un comunicato stampa.

Allo studio, randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo, hanno partecipato 573 donne arruolate in più di 20 Paesi, già trattate in precedenza con almeno una linea di chemioterapia e dimostratesi resistenti ai taxani e alle antracicline o nelle quali questi farmaci avevano fallito oppure non idonee a un ulteriore trattamento con antracicline.

Le pazienti sono state trattate in rapporto 1:1 con capecitabina 1000 mg/m2 due volte al giorno per 14 giorni, in un ciclo di 21 giorni, in combinazione con placebo o sorafenib 600 mg/die per via orale per 21 giorni. In base alla tollerabilità, i dosaggi di capecitabina e sorafenib potevano essere aumentati rispettivamente a 1250 mg/m2 due volte al giorno e 800 mg/die oppure ridotti per gestire gli effetti collaterali. Inoltre, il dosaggio di sorafenib poteva essere aumentato dopo essere stato ridotto.

Oltre alla PFS, un altro endpoint primario dello studio era la sicurezza, mentre gli endpoint secondari comprendevano la sopravvivenza globale (OS), il tempo di comparsa della progressione, la percentuale di risposta complessiva, la percentuale di controllo della malattia, la durata della risposta e la qualità della vita riferita dalle pazienti. Tra i criteri di esclusione figuravano la presenza di malattie cardiovascolari significative, di metastasi cerebrali attive e un trattamento precedente con un inibitore del VEGF.

"Siamo delusi dal fatto che lo studio non abbia mostrato un miglioramento della sopravvivenza libera da progressione nelle pazienti con carcinoma mammario avanzato" afferma Joerg Moeller, membro del comitato esecutivo di Bayer HealthCare e capo del Global Development, nel comunicato aziendale. "Anche se lo studio non ha centrato l'endpoint primario, i risultati non influiscono sulle indicazioni attualmente approvate di sorafenib" aggiunge il manager.

I risultati completi del trial saranno presentati in uno dei prossimi convegni del settore.

Lo studio RESILIENCE è stato fatto dopo un trial di fase IIb su 229 pazienti in cui si era valutato sorafenib in combinazione con capecitabina per il trattamento del carcinoma mammario HER2-negativo localmente avanzato o metastatico. Il disegno dei due studi era essenzialmente lo stesso, ma nel primo le donne assegnate a sorafenib sono state trattate con un dosaggio più alto (400 mg due volte al giorno).

La PFS mediana è risultata di 6,4 mesi nel braccio sorafenib contro 4,1 mesi nel braccio placebo (HR 0,58; IC al 95% 0,41-0,81; P = 0,001), mentre l’aggiunta del TKI non ha portato ad alcun miglioramento significativo dell’OS, che è risultata rispettivamente di 22,2 mesi contro 20,9 mesi (HR 0,86; IC al 95% 0,61-1,23; P = 0,42).

Gli eventi avversi di qualsiasi grado osservati nel braccio sorafenib sono stati rash (22%), diarrea (58%), infiammazione delle mucose (33%), neutropenia (13%), ipertensione (18%) e reazione cutanea o sindrome mano-piede (90%). L’incidenza di tali eventi è risultata più alta nel gruppo trattato con il TKI rispetto al gruppo di controllo.

Tuttavia, l’incidenza degli eventi avversi di grado 3/4 è risultata simile nei due bracci, tranne che per la reazione cutanea o sindrome mano-piede, che ha avuto un’incidenza del 44% nel braccio sorafenib contro 14% nel braccio placebo.

La dose di sorafenib impiegata nello studio "ha provocato una tossicità inaccettabile per molte pazienti" hanno riferito gli autori.

Sorafenib è attualmente approvato per il trattamento del carcinoma renale avanzato e del carcinoma epatocellulare non resecabile ed è anche il primo e unico agente approvato per il trattamento del carcinoma tiroideo differenziato refrattario al radioiodio, localmente ricorrente o metastatico e progressivo.

Inoltre, il TKI è attualmente sotto esame anche come trattamento per diversi altri tipi di neoplasie, tra cui la leucemia mieloide acuta, il melanoma, il carcinoma a cellule squamose della testa e del collo e il cancro del colon-retto.