In un gruppo di donne con un carcinoma mammario avanzato HER2-positivo, la combinazione di trastuzumab ed eribulina mesilato ha portato a percentuali di risposta obiettiva del 71,2% e a una sopravvivenza libera da progressione mediana (PFS) di 11,6 mesi in uno studio di fase II presentato in occasione della Miami Breast Cancer Conference .

"Le pazienti con un tumore HER2-positivo vengono ora trattate con pertuzumab e trastuzumab in prima linea, T-DM1 in seconda linea, a un certo punto forse con lapatinib o forse con capecitabina più lapatinib" ha spiegato Debu Tripathy, del Women’s Norris Comprehensive Cancer Center della University of Southern California, presentando i dati dello studio. "Molte di queste donne sono idonee per un’ulteriore terapia. Sono ancora in buona forma e possono ancora rispondere ad altri trattamenti” ha aggiunto l’oncologo.

Lo studio presentato a Miami ha coinvolto 52 pazienti con un cancro al seno HER2-positivo recidivato localmente o metastatico. Circa la metà delle donne arruolate aveva già fatto un trattamento chemioterapico e il 42,3% era già stato trattato in precedenza con trastuzumab o lapatinib.

Nei giorni 1 e 8 le partecipanti sono state trattate con eribulina 1,4 mg/m2 più una dose di carico di trastuzumab pari a 8 mg/kg seguita da 6 mg/kg per le somministrazioni successive al giorno 1 di un ciclo di terapia di 21 giorni, per sei cicli.

L'endpoint primario era la percentuale di risposta obiettiva, mentre gli endpoint secondari erano la sicurezza e la PFS.
La percentuale di risposta obiettiva è stata del 71,2% (IC al 95 % 56,9-82,9), con tre pazienti (il 5,8%) che hanno ottenuto una risposta completa e 34 (il 65,4%) una risposta parziale. La percentuale di stabilizzazione della malattia è stata del 25% (13 pazienti ) con una percentuale di controllo della malattia del 96,2% (IC al 95% 86,8-99,5).

Il tempo mediano per arrivare ad avere una risposta completa o parziale con la combinazione dei due farmaci è risultato di 1,3 mesi (IC al 95% 1,2-1,4) con una durata mediana della risposta pari a 11,1 mesi (IC al 95% 6,7-17,8), mentre la PFS a 12 mesi è risultata del 49%.
In totale 45 pazienti hanno completato ben sei cicli di trattamento, mentre 9 lo hanno interrotto, in un caso per un decesso correlato al trattamento e provocato da uno scompenso cardiaco cronico. In generale, il profilo di tossicità è risultato coerente con quelli già noti di eribulina e trastuzumab.

"Una delle sfide è quella di essere sicuri di non stare creando un nuovo problema per le pazienti sottoposte a una terapia prolungata" ha detto Tripathy. Abbiamo davvero pochi dati sulla neuropatia indotta dai taxani rispetto a quella di eribulina. Ci sono alcuni dati sulla velocità con cui si manifesta e su quella con cui si risolve, e tali caratteristiche sembrano essere più favorevoli con eribulina".
Nello studio presentato da Tripathy, i più comuni effetti avversi di qualsiasi grado sono stati alopecia (88,5%), affaticamento (69,2%), neuropatia periferica (69,2%) e neutropenia (59,6%), mentre i più comuni eventi avversi di grado 3/4 sono stati neutropenia (38,5%) e neuropatia periferica (26,9%).

La neuropatia periferica ha portato a interrompere il trattamento nel 13,5% delle pazienti e ha richiesto una riduzione del dosaggio dei farmaci nel 19,2% mentre la neutropenia ha portato a sospendere il trattamento nel 21,2% e a ridurre  la dose nell’11,5%.
"Penso che sia necessario monitorare e certamente informare le pazienti di questi effetti collaterali" ha detto Tripathy.

Eribulina (sviluppata da Eisai) è stata approvata inizialmente sulla base dello studio randomizzato e in aperto di fase III EMBRACE, in cui si è confrontata eribulina con la terapia scelta dal medico in pazienti con un carcinoma mammario metastatico pesantemente pretrattate. La terapia scelta del medico comprendeva diversi trattamenti, tra cui la terapia ormonale, cure palliative e la chemioterapia . Lo studio ha mostrato che la monoterapia con eribulina ha prolungato in modo significativo l’OS rispetto agli altri trattamenti.

Più di recente, eribulina è stata confrontata con capecitabina come trattamento di seconda linea nelle pazienti con carcinoma mammario metastatico HER2-negativo. Il trial non ha evidenziato un vantaggio significativo di eribulina rispetto a capecitabina né sull’OS, né sulla PFS. Tuttavia, una sottoanalisi ha indicato una tendenza verso vantaggio offerto da eribulina nelle pazienti con carcinoma mammario triplo-negativo, per il quale c’è attualmente un bisogno non soddisfatto.

"Nelle linee di terapia successive alla prima eribulina ha dimostrato di conferire un vantaggio di sopravvivenza, ed è stata approvata proprio su questa base" ha detto Tripathy, aggiungendo che occorre ora identificare i marcatori che permettano di capire quale farmaco funzioni in una data paziente.

Eribulina è una molecola derivata dalle elicondrine, sostanze naturali marine con attività antitumorale, isolate per la prima volta nel 1992 dalla spugna giapponese Halichondria okadai. Queste molecole sono potenti inibitori della tubulina e causano un arresto del ciclo cellulare nella fase G2-M, provocando nel contempo la distruzione del fuso mitotico.
Attualmente eribulina è indicata sia in Europa sia negli Stati Uniti per il trattamento delle donne affette da un tumore al seno localmente avanzato o metastatico già trattate in precedenza con almeno due regimi chemioterapici, contenenti un'antraciclina e un taxano.

Lo scorso maggio Eisai ha comunicato di aver depositato all’Ema la richiesta di estensione delle indicazioni di eribulina in modo da comprendere anche la terapia di prima e seconda linea del tumore alla mammella metastatico. Inoltre, il farmaco è attualmente in fase di sperimentazione anche per il trattamento di altri tumori, tra cui quelli del polmone e della prostata.

Alessandra Terzaghi