L’aggiunta del PARP-inibitore iniparib a gemcitabina e carboplatino può essere di beneficio per le pazienti con carcinoma mammario metastatico triplo-negativo, quando utilizzato come terapia di seconda o terza linea. Sono giunti a questa conclusione gli autori dello studio BSI-201, di cui sono stati presentati di recente alcuni dati al congresso ECCO-ESMO di Stoccolma, terminato da qualche giorno.

Secondo quanto riferito da uno degli autori, Joyce O'Shaughnessy, del Baylor Sammons Cancer Center di Dallas, in un'analisi esplorativa non pianificata in precedenza di questo studio di fase III, la combinazione dei tre farmaci si è associata a una maggiore probabilità di sopravvivenza libera da progressione (PFS) rispetto alla sola chemioterapia in questa popolazione. L’aggiunta di iniparib alla chemio non sembra invece fornire gli stessi vantaggi in prima linea.

Iniparib aveva fatto ben sperare in fase II contro il cancro al seno triplo-negativo quando combinato con gemcitabina e carboplatino. Tuttavia, in un trial di follow-up di fase III presentato lo scorso giugno al congresso ASCO, il farmaco non aveva confermato le attese, quanto meno sul fronte della PFS.

“Il primo studio aveva suscitato enormi speranze ed entusiasmo sia nella comunità scientifica sia tra i gruppi di pazienti" ha detto Fatima Cardoso, dell'Università di Porto in Portogallo, invitata come discussant alla presentazione dello studio.
Proprio per questo i ricercatori hanno condotto un'analisi esplorativa per sottogruppi sulla base di segnali di un possibile beneficio nelle pazienti trattate con la combinazione iniparib più chemioterapia in seconda o terza linea.

Allo studio originale hanno partecipato in totale 519 pazienti, arruolati tra il luglio 2009 e il marzo 2010.
Le caratteristiche basali dei pazienti che erano stati trattati con la combinazione PARP-inibitore-chemio in prima linea e quelli trattati in seconda o terza linea erano in genere simili, tranne per il fatto che i pazienti già pretrattati con bevacizumab erano il 5% nel gruppo trattato in prima linea contro il 63% di quelli trattati in seconda o in terza linea.

Nei pazienti trattati con la combinazione iniparib/gemcitabina/carboplatino in seconda o terza linea si è osservato un miglioramento significativo dell’OS (HR 0,65; IC al 95% 0,46-0,91), mentre non si è visto alcun vantaggio significativo per i pazienti trattati in prima linea.
Analogamente, i pazienti trattati in seconda o terza linea hanno mostrato un miglioramento della PFS (HR 0,67; IC al 95% 0,50-0,92), mentre quelli trattati in prima linea no.

O'Shaughnessy ha spiegato anche che l'aggiunta di iniparib alla chemioterapia è risultata tollerabile e con un profilo di effetti collaterali definito “clinicamente gestibile". Inoltre, gli eventi avversi sono risultati coerenti con il profilo di sicurezza della chemioterapia.
La Cardoso ha invitato comunque alla nell’interpretazione dei risultati, sottolineando la natura esplorativa dell’analisi, il cui esito dovrà essere confermato da nuovi studi. L’esperta si è chiesta anche se il pretrattamento con bevacizumab possa aver avuto un qualche impatto sulla biologia e aver contribuito ai risultati ottenuti nello studio appena presentato.

L’oncologa ha anche aggiunto che , secondo lei, "non si dovrebbe abbandonare lo sviluppo di iniparib e dire che non funziona. È più probabile che il farmaco funzioni in alcune pazienti con tumore triplo-negativi, ma occorre chiarirne il meccanismo d'azione e scoprire quali pazienti possono trarne il maggior beneficio”.

J. O'Shaughnessy, et al. Phase III study of iniparib plus gemcitabine and carboplatin in metastatic triple-negative breast cancer -- Results of an exploratory analysis by prior therapy. ECCO-ESMO 2011; abstract 5025.