Ca ovarico avanzato, chemio intraperitoneale efficace e ben tollerata

Nelle donne colpite da un tumore ovarico epiteliale avanzato, la chemioterapia intraperitoneale è efficace e tollerabile, e i medici dovrebbero offrirla come opzione a coloro che sono state sottoposte con successo alla chirurgia citoriduttiva per questo tumore. Lo dimostrano i primi risultati dello studio randomizzato di fase II OV21/PETROC appena presentato a Chicago durante il congresso annuale dell'American Society of Clinical Oncology (ASCO).

Nelle donne colpite da un tumore ovarico epiteliale avanzato, la chemioterapia intraperitoneale è efficace e tollerabile, e i medici dovrebbero offrirla come opzione a coloro che sono state sottoposte con successo alla chirurgia citoriduttiva per questo tumore. Lo dimostrano i primi risultati dello studio randomizzato di fase II OV21/PETROC appena presentato a Chicago durante il congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO).

Nello studio, le donne che hanno ricevuto una parte della chemioterapia adiuvante utilizzando l'approccio intraperitoneale hanno ottenuto una riduzione quasi del 19% della progressione della malattia rispetto alle loro controparti nelle quali la chemioterapia era stata somministrata solo per via endovenosa.

In conferenza stampa, la prima firmataria del lavoro Helen J. Mackay, del Sunnybrook Odette Cancer Centre di Toronto, in Canada, ha detto che i risultati di questo studio pragmatico chiariranno meglio come incorporare il trattamento intraperitoneale nelle donne con tumore ovarico epiteliale, che è attualmente la prima causa di morte fra i tumori ginecologici e secondo l’ASCO, solo negli Stati Uniti, sarà responsabile quest’anno di 14.240 decessi.

La Mackay ha spiegato che, essendo le prime fasi della malattia asintomatiche, in circa i due terzi dei casi il tumore ovarico è già in stadio III o IV al momento della diagnosi. L’oncologa ha aggiunto che l'uso della chemioterapia neoadiuvante è aumentato negli ultimi anni e circa il 40% delle donne colpite da un tumore ovarico epiteliale vengono sottoposte a questa chemioterapia prima dell'intervento chirurgico.

Lo obiettivo dello studio OV21/PETROC era determinare se questo gruppo di pazienti, che di solito vengono nuovamente sottoposte alla chemio dopo l'intervento chirurgico, potessero beneficiare di una somministrazione intraperitoneale della chemioterapia post-operatoria.

I dati portati al congresso dell’ASCO dalla Mackay si basano sul confronto tra due gruppi di donne (un terzo braccio del trial, nel quale si era utilizzato il cisplatino invece che il carboplatin,o è stato sospeso dopo una revisione programmata del comitato di monitoraggio dei dati e della sicurezza). Per poter partecipare allo studio, le donne dovevano avere un carcinoma ovarico epiteliale, delle tube di Falloppio o peritoneale primario in stadio IIB-IV al momento della diagnosi e dovevano aver fatto una chemioterapia neoadiuvante seguita da una chirurgia citoriduttiva ottimale (con un tumore residuo di dimensioni < 1 cm).

Dopo l'intervento chirurgico, le 101pazienti assegnate al braccio sottoposto alla terapia endovenosa sono state trattate con paclitaxel ev (135 mg/m2) e carboplatino ev (AUC 5/6) il giorno 1, seguiti da paclitaxel ev (60 mg / m2) il giorno 8, in tre cicli di 21 giorni. Il braccio di confronto, formato da 102 pazienti, è stato trattato con lo stesso regime, ma il carboplatino e paclitaxel il giorno 8 sono stati somministrati per via intraperitoneale.

L'endpoint primario dello studio era la percentuale di progressione 9 mesi dopo la randomizzazione. Per le donne nel gruppo trattate solo per via endovenosa, la percentuale di progressione a 9 mesi è stata del 42,2% (IC al 95% 29,1% -48,8%), mentre per le donne del gruppo sottoposte alla chemio anche per via intraperitoneale la percentuale di progressione a 9 mesi è stata del 24,5% (IC al 95% 16,6% -34%), equivalente a una riduzione della percentuale di progressione del 18,9%, ha riferito la Mackay.

Anche se lo studio non aveva dimensioni sufficienti per rilevare differenze in termini di sopravvivenza globale (OS), l’autrice ha detto che l’hazard ratio (HR) si è rivelato simile a quello osservato in altri studi che hanno mostrato un beneficio dell'approccio intraperitoneale utilizzato nel setting di prima linea. L’OS mediana è stata di 59,3 mesi nel braccio sottoposto alla chemio intraperitoneale contro 38,1 mesi nel braccio trattato solo per via endovenosa (HR 0,80; IC al 95% 0,47-1,35; P = 0,40).

In particolare, ha detto l’oncologa, la somministrazione intraperitoneale è stata ben tollerata. I dati relativi alla qualità di vita non hanno mostrato differenze fra i due bracci e sono migliorati nel corso del tempo.

Don Dizon, esperto di carcinoma ovarico e moderatore della conferenza stampa, ha detto che questo studio dovrebbe "rassicurare sia le pazienti sia i medici circa il fatto che un regime chemioterapico a base di carboplatino, somministrato per via intraperitoneale, sia efficace e ben tollerato, e in grado di consentire il mantenimento della qualità della vita".

L’esperto ha aggiunto che lo studio è informativo in quanto ha utilizzato il trattamento infraperitoneale in un modo nuovo. "Il trial è stato fatto su donne con un tumore ovarico avanzato che avevano fatto la chemioterapia primaria prima dell'intervento chirurgico, e in quel gruppo di pazienti non sapevamo quale fosse la strategia migliore" ha spiegato Dizon.

"Anche se non è uno studio di fase III, penso che i dati siano molto interessanti e suggeriscano che la terapia intraperitoneale può avere un ruolo in queste pazienti" ha aggiunto l’esperto

I risultati sono importanti anche alla luce dei risultati dello studio fase III GOG 252, presentato a marzo all’ultimo congresso annuale della Society of Gynecologic Oncology, che aveva suggerito come la terapia intraperitoneale non fosse superiore al trattamento per via endovenosa. I risultati avevano scatenato polemiche e avevano lasciato perplessi medici e pazienti, tanto che l’Ovarian Cancer Research Fund, in una dichiarazione rilasciata dopo l’annuncio dei risultati dello studio GOG 252, aveva consigliato alle pazienti di non "abbandonare la chemioterapia intraperitoneale”.

La Mackay ha spiegato che i risultati dello studio OV21/PERTOC presentati ora all'ASCO differiscono dallo quelli dello studio GOG 252 per  diversi aspetti. Per esempio, "nel GOG 252, circa il 30% dei tumori non erano dell’istologia più comune, quella sierosa di alto grado, che era invece l’istologia predominante nel trial OV21/PERTOC. Inoltre, l'aggiunta di bevacizumab aveva portato allo sviluppo di tossicità ". L’autrice ha, inoltre, aggiunto che" c'è un interrogativo sul fatto che cisplatino 75 mg/m2 sia efficace quanto la dose pari a 100 mg/m2, e i dati di finali sopravvivenza sulle pazienti sottoposte a una chirurgia citoriduttiva ottimale non sono stati resi disponibili".

"Non credo che lo studio GOG 252 sia stato informativo sul ruolo della chemioterapia intraperitoneale, per lo più perché tutte le pazienti di questo studio sono state trattate con bevacizumab e la tossicità è stata preoccupante in tutti i bracci” ha osservato Dizon, aggiungendo che i risultati dello studio OV21/PERTOC aiutano a comprendere meglio il ruolo della chemioterapia intraperitoneale.

"Per le donne con un carcinoma ovarico resecato completamente o citoridotto in modo ottimale, che abbiano fatto o meno la chemioterapia neoadiuvante, la chemioterapia intraperitoneale dovrebbe essere un'opzione da discutere con le pazienti".

Per chiarire ulteriormente il ruolo della chemioterapia intraperitoneale nel trattamento del carcinoma ovarico e definire meglio quali pazienti possano beneficiare realmente di questo approccio, i ricercatori stanno conducendo studi di confronto su campioni di tessuto raccolti durante questo studio per cercare di capire se certe caratteristiche biologiche possono essere associate a un miglioramento dei risultati utilizzando l’approccio intraperitoneale rispetto a quello endovenoso.

H. Mackay, et al. OV21/PETROC: a randomized Gynecologic Cancer Intergroup (CGIG) phase II study of intraperitoneal (IP) versus intravenous (IV) chemotherapy following neoadjuvant chemotherapy and optimal debulking surgery in epithelial ovarian cancer (EOC). J Clin Oncol. 2016 (suppl; abstr LBA5503).
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