Conferme di efficacia per l’immunoterapia personalizzata in due passaggi, costituita da un vaccino a cellule dendritiche ottenuto dal tumore del paziente, seguito da una terapia cellulare a cellule T, per il trattamento del carcinoma ovarico in stadio avanzato. A fornirle sono i nuovi dati presentati dal gruppo di Lana Kandalaft, della University of Pennsylvania, in occasione del congresso dell’American Association for Cancer Research (AACR), in corso a Washington.


I dati sulle prime sei pazienti sono già stati pubblicati agli inizi di febbraio sulla rivista OncoImmunology. Sul palcoscenico dell’AACR la Kandalaft ha presentato quelli relativi alle 31 pazienti studiate finora e ha detto che il trattamento sembra essere efficace in quasi tre quarti di esse. Nel 65% dei casi, infatti, il vaccino ha portato a una stabilizzazione della malattia o a una risposta parziale.


Inoltre, un sottogruppo di 11 pazienti è entrato in una seconda fase dello studio, in cui si utilizza una terapia a cellule T adottive, e il 73% ha avuto quello che la Kandalaft ha definito un "beneficio clinico", cioè la stabilizzazione della malattia o un restringimento del tumore.


La maggior parte delle donne con un carcinoma ovarico avanzato recidiva entro 2 anni e muore entro 5, ha spiegato l’autrice, per cui c'è sicuramente un gran bisogno, al momento non soddisfatto, di nuove terapie alternative.


I risultati dello studio sembrano offrire una nuova speranza alle pazienti che hanno un tumore ovarico recidivato e in progressione, ha detto la Kandalaft, aggiungendo che alcune partecipanti hanno ottenuto una stabilizzazione della malattia per diversi mesi.


In particolare, durante la conferenza stampa di presentazione dello studio, la ricercatrice ha citato il caso di una donna che aveva avuto due ricadute e subito tre interventi chirurgici prima di essere trattata con il vaccino. Questa paziente ha raggiunto i 45 mesi di sopravvivenza libera da progressione e ad oggi è ancora in condizioni abbastanza buone, ha riferito la Kandalaft.


Per preparare il vaccino, lei e il suo gruppo hanno mantenuto vive le cellule tumorali dopo il debulking chirurgico e hanno poi isolato quelle dendritiche mediante aferesi. Hanno quindi esposto tali cellule a un estratto prodotto dal tumore stesso e contenente gli antigeni tumorali, per ‘insegnare’ loro quale fosse il nemico da combattere. Dopo questo innesco, hanno vaccinato ogni paziente con le proprie cellule dendritiche iniettandole nei linfonodi, in concomitanza con una somministrazione endovenosa dell’anti-angiogenesi bevacizumab per circa 3 mesi.


Secondo quanto riferito dalla ricercatrice, in 20 pazienti su 31, il vaccino ha portato a benefici clinici: 17 pazienti hanno avuto una stabilizzazione della malattia e tre una risposta parziale. Inoltre, la vaccinazione è risultata ben tollerata e ha suscitato risposte tumore-specifiche da parte delle cellule T contro vari antigeni tumorali ovarici, nonché prolungato la sopravvivenza libera da progressione in alcune pazienti.


Nelle 11 pazienti che hanno partecipato alla seconda fase dello studio, le cellule T sono state prelevate, stimolate, espanse in laboratorio e poi in larga parte sostituite. Questo trasferimento ha amplificato la risposta immunitaria antitumorale, perché tali cellule erano già state ‘istruite’ dal vaccino a cellule dendritiche ad attaccare le cellule tumorali.


Delle donne partecipanti a questa seconda fase, sette hanno avuto una stabilizzazione della malattia e una una remissione completa.


Secondo Louis Weiner, della Georgetown University, lo studio "dimostra che ora è possibile elaborare strategie terapie combinate molto efficienti e complesse, ma fattibili, a partire da una vaccinazione che essenzialmente fa attaccare il tumore al sistema immunitario”. Poi, ha spiegato Weiner ai giornalisti, “si può aumentare ulteriormente la risposta in un modo molto produttivo e utile attraverso un trasferimento di cellule T attivate educate ad attaccare il particolare insieme di antigeni del tumore”. Questo approccio, ha sottolineato l’esperto, ha le potenzialità per "superare alcuni dei meccanismi di resistenza innata utilizzati dai tumori” per sfuggire alle terapie.


L. Kandalaft, et al. Autologous whole-tumor antigen vaccination in combination with adoptive T cell therapy for patients with recurrent ovarian cancer. AACR 2013; abstract LB-335
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Alessandra Terzaghi