Oncologia-Ematologia

Ca ovarico avanzato, opzione valida fare la chemio prima della chirurgia

Nelle donne con un carcinoma ovarico in stadio III/IV di nuova diagnosi, fare la chemioterapia prima della’intervento chirurgico dà risultati di sopravvivenza simili e non inferiori al fare prima l’intervento e poi la chemio. Lo evidenziano i risultati dello studio CHORUS, un trial randomizzato internazionale di fase III, uscito da poco online su The Lancet. 

Sulla base dei risultati di questo studio, Sean Kehoe, dell'Università di Birmingham, e gli altri autori concludono che "in questa popolazione, fare la chemioterapia prima dell'intervento chirurgico è uno standard accettabile di cura per le donne con un tumore ovarico avanzato".

Lo studio CHORUS ha coinvolto 552 pazienti con un sospetto tumore ovarico in stadio III o IV arruolate presso 87 centri di Regno Unito e Nuova Zelanda, di cui 276 sottoposte prima all’intervento chirurgico seguito da 6 cicli di chemioterapia e 274 sottoposte prima a 3 cicli di chemioterapia, poi all'intervento chirurgico e poi ad altri 3 cicli di chemioterapia.

Al follow-up, la strategia basata sulla chemioterapia prima della chirurgia è risultata non inferiore alla quella basata sulla chirurgia prima della chemio (attuale standard per questa popolazione di pazienti). La sopravvivenza globale (OS) mediana è stata, infatti, di 22,6 mesi nel gruppo che aveva fatto prima l’intervento chirurgico e 24,1 mesi in quello che aveva fatto prima la chemioterapia (HR di decesso pari a 0,87 per il gruppo sottoposto prima alla chemioterapia).

Inoltre, le donne sottoposte prima alla chemioterapia hanno mostrato una riduzione degli eventi avversi e un miglioramento della qualità della vita. Infatti, l’incidenza degli eventi avversi postoperatori di grado 3 o 4 è stata del 24% tra le donne sottoposte prima all’intervento chirurgico contro il 14% tra quelle trattate prima con la chemioterapia (P = 0,0007). Inoltre, dopo aver aggiustato i dati in base ai punteggi basali, il gruppo trattato prima con la chemio ha ottenuto punteggi della qualità di vita (misurata con i questionari QLQC-30 e QLQ-Ov28) un po’ più alti rispetto al gruppo sottoposto prima all’intervento, sia dopo 6 mesi sia dopo 12 mesi.

Anche la mortalità entro 28 giorni dall'intervento è risultata superiore nel gruppo sottoposto prima alla chirurgia (6% contro 1%; P = 0,001).

"CHORUS mostra che per le pazienti con un tumore ovarico avanzato e un performance status scadente, una chemioterapia primaria seguita dalla chirurgia è associata a una sopravvivenza globale simile a quella ottenuta da pazienti trattate prima con la chirurgia" scrivono i ricercatori. "La riduzione della morbilità e della mortalità associate al trattamento, assieme alla tendenza verso una migliore qualità di vita, suggeriscono che la chemioterapia primaria è una valida opzione per il trattamento di queste pazienti" aggiungono Kehoe e i colleghi.

Nel suo editoriale di commento, Sokbom Kang, del National Cancer Center di Goyang (nella Corea del Sud), scrive che, nonostante le evidenze emergenti che lo suggeriscono, tuttora non è semplice stabilire se la chemioterapia neoadiuvante prima dell'intervento chirurgico debba essere un nuovo standard di cura per queste pazienti. In particolare, a sostegno della sua affermazione, Kang cita il fatto che nello studio CHORUS le cure chirurgiche sono state di bassa qualità.

"Nel gruppo sottoposto prima alla chirurgia nello studio CHORUS, il 27% delle pazienti non è stato sottoposto all’ooforectomia bilaterale e il 24% non è stato sottoposto a un intervento di isterectomia" scrive l’esperto. "In più, oltre l'80% non è stato sottoposto a interventi chirurgici addominali superiori. Come risultato, il tempo mediano della chirurgia è stato solo di 120 min e nel gruppo sottoposto prima alla chirurgia si è raggiunta una citoriduzione ottimale solo nel 41% dei casi".

Questi risultati sollevano due questioni, osserva Kang: se i risultati dello studio CHORUS siano validi anche quando a fare l’intervento siano chirurghi esperti, e quali sono le donne che potrebbero beneficiare maggiormente di questa strategia di trattamento.

"C’è anche il timore crescente che il ricorso alla chemioterapia neoadiuvante possa essere usato come scusa per trascurare di fare i massimi sforzi chirurgici o il miglioramento delle competenze chirurgiche " rimarca l’editorialista. "Nonostante tali questioni e timori, Kehoe e i colleghi meritano le congratulazioni per il loro studio che mostra come la chemioterapia neoadiuvante riduca la morbilità correlata al trattamento senza andare a discapito dell’efficacia. Tuttavia, bisognerebbe ora indirizzare gli sforzi della ricerca verso l'individuazione e la risoluzione delle incertezze residue" conclude lo specialista.

S. Kehoe, et al. Primary chemotherapy versus primary surgery for newly diagnosed advanced ovarian cancer (CHORUS): an open-label, randomised, controlled, non-inferiority trial. The Lancet. 2015; doi: http://dx.doi.org/10.1016/S0140-6736(14)62223-6.
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