L'aggiunta di pazopanib alla terapia standard ha aumentato la sopravvivenza libera da progressione (PFS) in un gruppo di donne con carcinoma ovarico avanzato nello studio AGO-OVAR16, un trial internazionale di fase III presentato in occasione dell’ultimo congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), che chiude i battenti oggi a Chicago.


Stando ai risultati dello studio, pazopanib, somministrato dopo l’intervento chirurgico e la chemioterapia adiuvante, aumenta la PFS in media di 5,6 mesi rispetto al placebo. Infatti, la progressione si è verificata dopo 17,9 mesi nel gruppo pazopanib contro 12,3 nel gruppo placebo.


"I nostri risultati mostrano che abbiamo finalmente un farmaco in grado di mantenere il controllo sulla crescita del tumore ovarico ottenuto con i trattamenti iniziali" ha detto il primo autore dello studio Andreas du Bois, MD, professore di oncologia ginecologica presso la Kliniken Essen Mitte di Essen, in Germania. 


Sebbene il 70% dei pazienti inizialmente si presenti con una malattia già in fase avanzata, la risposta iniziale al trattamento è elevata. Con le attuali terapie, circa il 70-85% delle pazienti riesce a liberarsi del tumore iniziale, ma la percentuale di recidiva è alta, ha spiegato du Bois.


Perciò, ha aggiunto l’autore, se pazopanib dovesse essere approvato per il tumore ovarico, aumenterebbe il numero di donne che riescono a ritardare la recidiva, ritardando così anche la necessità di un’ulteriore chemioterapia.


Pazopanib, un agente antiangiogenico attivo per via orale, è già approvato per il trattamento del cancro al rene e dei sarcoma dei tessuti molli. GlaxoSmithKline, che produce il farmaco, ha reso noto che, sulla base dei risultati presentati ora all’ASCO, chiederà l’ampliamento delle indicazioni del farmaco, in modo da aggiungere la terapia di mantenimento del carcinoma ovarico.


Attualmente, non esistono terapie di mantenimento approvate per questo tumore negli Stati Uniti. In Europa, invece, bevacizumab è registrato come trattamento concomitante alla chemioterapia e, successivamente, come terapia di mantenimento.


Floor J. Backes, della Ohio State University di Columbus, ha commentato lo studio definendolo molto interessante e dicendo che i dati finora sono incoraggianti, perché un aumento della PFS di 5 mesi rappresenta un miglioramento significativo. 


Tuttavia, ha detto la Backes, "la parte interessante arriverà quando i dati saranno maturi, e quando si saprà quali sono i risultati in termini di sopravvivenza globale. Finora Il follow-up è stato relativamente breve, per cui potrebbero esserci sicuramente dei cambiamenti. Dubito che ci sarà un cambiamento nella sopravvivenza libera da progressione, ma bisognerà di aspettare la maturazione dei dati per vedere se c'è un beneficio sulla sopravvivenza globale".


Lo studio AGO-OVAR16 ha coinvolto 940 pazienti con un carcinoma ovarico epiteliale, delle tube di Falloppio o peritoneale primario avanzato, che non mostravano segni di progressione dopo l'intervento chirurgico e cinque o più cicli di chemioterapia a base di platino e taxani. La maggior parte era in stadio III/IV al momento della diagnosi iniziale (il 91%) e non presentava malattia residua dopo l'intervento chirurgico (il 58%).


Le partecipanti sono state assegnate in modo casuale (in rapporto 1:1) al trattamento con pazopanib 800 mg/die di una volta al giorno o placebo per un massimo di 24 mesi. Il tempo mediano intercorso dal momento della diagnosi alla randomizzazione è stato di 7,1 mesi nel braccio placebo e 7,0 mesi nel braccio pazopanib. Il follow-up è stato di 24 mes, e l'endpoint primario era la PFS in base ai criteri di valutazione della risposta nei tumori solidi (RECIST).


Rispetto ai controlli trattati con placebo, le pazienti del braccio pazopanib hanno avuto un aumento della PFS (HR = 0,766; P = 0,0021). Le analisi di sensibilità e quelle relative ai sottogruppi sulla PFS e quella in base ai criteri del Gynecologic Cancer InterGroup (GCIG) hanno dato risultati coerenti con quelli dell’analisi primaria.


Nella prima analisi ad interim sulla sopravvivenza globale, non si è osservata alcuna differenza tra i due bracci di trattamento. Tuttavia, i dati su questo endpoint non sono maturi, ha sottolineato du Bois. "Le curve di sopravvivenza non sono significative in questo momento, il follow-up è in corso e, al momento, non vi è alcuna tendenza in entrambe le direzioni" ha detto l’autore.


Sul fronte della sicurezza e tollerabilità, il trattamento con pazopanib si è associato a una maggiore incidenza di eventi avversi e di eventi avversi gravi (26% contro 11%) rispetto al placebo. Gli eventi avversi più comuni osservati sono stati ipertensione, diarrea, nausea, mal di testa, affaticamento e neutropenia.


"Le recidive restano fin troppo comuni nelle donne con un carcinoma ovarico avanzato, e questo ampio studio ci mostra che colpire diversi driver molecolari del tumore può avere un impatto sostanziale sulla sua capacità di proliferare, concedendo alle nostri pazienti un periodo significativamente più lungo prima della ricaduta" ha commentato Carol Aghajanian, a capo del Gynecologic Medical Oncology Service del Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York City e portavoce dell’ASCO, in un comunicato stampa.


"Questo studio offre un esempio reale di come l'era dei farmaci mirati sia dando i suoi frutti in aree nelle quali non esistono farmaci alternativi approvati” ha detto, inoltre, la Aghajanian.


A. Du Bois, et al. Randomized, double-blind, phase III trial of pazopanib versus placebo in women who have not progressed after first-line chemotherapy for advanced epithelial ovarian, fallopian tube, or primary peritoneal cancer (AEOC): Results of an international Intergroup trial (AGO-OVAR16). J Clin Oncol 31, 2013 (suppl; abstr LBA5503)
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