La chemioterapia per il tumore ovarico in fase avanzata somministrata per via intraperitoneale (IP) continua a mostrare un vantaggio di sopravvivenza rispetto a quella per via endovenosa (IV) dopo più di 10 anni di follow-up. Lo dimostra un’analisi dei dati di due studi randomizzati condotti dal Gynecologic Oncology Group (GOG)– il GOG 172 e il GOG 114 – presentata in occasione del congresso annuale della Society for Gynecologic Oncology, a Los Angeles.


La sopravvivenza globale (OS) mediana ha mostrato un miglioramento di 11 mesi con la terapia IP rispetto a quella IV (62 mesi contro 51), mentre la sopravvivenza libera da progressione (PFS) mediana è stata rispettivamente di 25 mesi contro 20 mesi.


L'analisi ha mostrato, inoltre, che la sopravvivenza aumenta all’aumentare del numero dei cicli di terapia IP completati.


Sono passati più di 7 anni da quando il National Cancer Institute ha annunciato il suo avallo alla somministrazione IP come metodo preferito per il trattamento del carcinoma ovarico avanzato, a seguito di una revisione dei dati dello studio GOG 172 (pubblicato sul New England Journal of Medicine nel 2006) che aveva evidenziato un vantaggio significativo di sopravvivenza per le donne sottoposte alla chemioterapia IP piuttosto che IV.


Lo studio GOG 172 e due studi precedenti - GOG 104 e 114 - hanno mostrato tutti un miglioramento dei risultati con la chemioterapia IP e fornito il razionale per l'adozione di questa via di somministrazione nella pratica clinica.


Nonostante i vantaggi consistenti dimostrati dalla somministrazione IP, questa strategia non è stata accettata diffusamente nella pratica clinica e sono rimaste aperte domande sulla validità degli studi così come sulla sicurezza e tollerabilità della chemioterapia IP, sul regime chemioterapico ideale, sulla scomodità della somministrazione IP e sui suoi benefici a lungo termine.


Nel tentativo di rispondere ad alcune di queste domande e preoccupazioni, un gruppo di autori guidati da Dewansu Tewari, della University of California di Irvine, ha effettuato un’analisi combinata degli studi GOG 172 e GOG 114, i due trial di fase III più recenti pubblicati sulla chemioterapia IP. In particolare, Tewari e gli altri ricercatori hanno cercato di definire i benefici a lungo termine di questa via di somministrazione, di identificare i benefici nelle pazienti con malattia residua macroscopica, di capire se esiste un numero ottimale di cicli di terapia e di identificare i potenziali marker di beneficio a lungo termine. 
L'analisi ha coinvolto in totale 876 pazienti con un carcinoma ovarico epiteliale in stadio III o un carcinoma primario peritoneale, resecato in modo ottimale in modo da lasciare meno di 1 cm di malattia residua. La maggior parte dei tumori erano sierosi e il 64% della pazienti aveva una malattia macroscopica residua. In entrambi gli studi il braccio di controllo era trattato con paclitaxel e cisplatino per via IV.


Nello studio GOG114 il follow-up mediano è stato 13,8 anni, nel GOG 172 di 9,7 anni e in entrambi gli studi l'endpoint primario era rappresentato dalla PFS.


I risultati dei due trial hanno mostrato una differenza di 6 mesi nella PFS nel caso del GOG 114 e di 5,5 mesi nel GOG 172, entrambe significative, a favore della somministrazione IP. Nell'analisi combinata, la via IP si è associata a un vantaggio di 5 mesi della PFS, che si traduce in una riduzione del 16% del rischio di progressione (P = 0,03).


Inoltre, in entrambi gli studi, la somministrazione IP ha portato al prolungamento significativo dell’OS rispetto a quella IV: 11 mesi nel GOG 114 e 16 mesi nel GOG 172. Dopo oltre 10 anni di follow-up, l’analisi combinata ha continuato a mostrare un significativo vantaggio in termini di OS per la terapia IP - 62 mesi contro 51 – corrispondente a una riduzione del 17% del rischio di decesso (P = 0,048).


L'analisi dei sottogruppi ha poi mostrato che anche le pazienti con malattia microscopica o macroscopica residua hanno ottenuto un vantaggio significativo di sopravvivenza con la terapia IP.


I risultati hanno anche evidenziato l'importanza del numero di cicli di terapia completati ai fini della sopravvivenza. Nelle pazienti trattate per via IP, infatti, la sopravvivenza a 5 anni è passata dal 18% per le donne che hanno completato uno o due cicli di terapia al 33% per quelle che ne hanno completati tre o quattro al 59% in quelle che ne hanno completati cinque o sei. Nello studio GOG 172, però, solo il 42% delle donne assegnate alla somministrazione IP hanno completato i sei cicli previsti di trattamento.


L’analisi dei potenziali fattori prognostici di una maggiore sopravvivenza ha identificato la giovane età, un performance status migliore, l’istologia a cellule non chiare o mucinose, un basso grado istologico e la presenza di malattia residua microscopica anziché macroscopica.


Durante la discussione Joan Walker, della University of Oklahoma di Oklahoma City e ricercatrice principale dello studio GOG 172, ha sottolineato che i tre studi GOG 104, 114 e 172 hanno dato tutti lo stesso risultato e non può essere che sia solo paclitaxel IP ad avervi contribuito.


Alcuni studi in corso stanno valutando paclitaxel settimanale e a dosaggio intensificato più carboplatino per via IP e confrontando la chemioterapia IV rispetto a quella IP con bevacizumab; la Walker ha detto che senza dubbio tali studi aggiungeranno nuove informazioni alla discussione su quali siano i regimi ottimali per il trattamento del carcinoma ovarico avanzato.


D. Tewari, et al. Long-term survival advantage of intraperitoneal chemotherapy treatment in advanced ovarian cancer: An analysis of a Gynecologic Oncology Group ancillary data study. SGO 2013; Abstract 6.