Ca ovarico, infezione da Chlamydia associata a rischio più che raddoppiato

Una malattia infiammatoria pelvica causata da un'infezione da Chlamydia sembra aumentare in modo significativo il rischio di carcinoma ovarico. A suggerirlo sono i risultati di una ricerca in cui si sono presi in esame i dati di due ampi studi di popolazione. Il lavoro sarà presentato a Chicago, in aprile, al prossimo congresso annuale della American Association for Cancer Research (AACR).

Una malattia infiammatoria pelvica causata da un’infezione da Chlamydia sembra aumentare in modo significativo il rischio di carcinoma ovarico. A suggerirlo sono i risultati di una ricerca in cui si sono presi in esame i dati di due ampi studi di popolazione. Il lavoro sarà presentato a Chicago, in aprile, al prossimo congresso annuale della American Association for Cancer Research (AACR).

La scoperta, replicata in due ampi database, suggerisce che un trattamento tempestivo dell'infezione potrebbe ridurre il rischio di sviluppare un carcinoma ovarico, ha dichiarato la prima autrice dello studio, Britton Trabert, della divisione di genetica ed epidemiologia dei tumori del National Cancer Institute, in conferenza stampa.
"Anche se questi risultati devono essere replicati, essi suggeriscono una possibile riduzione del rischio di tumore ovarico mediante un trattamento mirato delle infezioni da Chlamydia " ha detto la ricercatrice.

Secondo Elaine R. Mardis del Nationwide Hospital di Columbus, moderatrice della conferenza stampa, questi risultati rappresentano sia una promessa sia una sfida.

"Il cancro alle ovaie viene in genere diagnosticato in una fase avanzata e quindi ha una prognosi infausta" ha ricordato la Mardis. "L’infezione da Chlamydia è un aspetto importante dello studio, sia a causa della sua frequenza, sia perché è abbastanza difficile da rilevare per via della sua natura asintomatica. Ma il messaggio più importante è che potremmo fare molta strada in termini di prevenzione del carcinoma ovarico se effettuassimo uno screening di routine degli agenti infettivi".

La malattia infiammatoria pelvica è nota per essere associata al cancro ovarico e l’infezione da Chlamydia è una delle principali cause della malattia, ha osservato la Trabert. "Tuttavia, le infezioni da Chlamydia possono essere asintomatiche e persistere per mesi o anche anni, pertanto l'accertamento delle infezioni pregresse da Chlamydia negli studi epidemiologici è difficile".

Per indagare sul possibile legame tra queste infezioni e il carcinoma ovarico, la Trabert e i suoi colleghi hanno analizzato le associazioni tra rischio di tumore e la presenza di anticorpi contro diversi agenti infettivi, tra cui la Chlamydia, in due grandi database sul tumore ovarico: uno studio caso-controllo condotto in Polonia, su 279 donne affette dal tumore e 556 controlli abbinati, e uno studio caso-controllo del NCI annidato nello U.S. Prostate, Lung, Colorectal, and Ovarian (PLCO) Cancer Screening Trial, su 160 donne colpite dal tumore e 159 controlli abbinati.

I ricercatori hanno analizzato la presenza di anticorpi contro la Chlamydia, il Mycoplasma genitalium, il virus di Epstein-Barr, il papillomavirus umano, il virus herpes simplex-1 e -2, il poliomavirus ,il virus dell’epatite B il virus dell’epatite C e il citomegalovirus. L'anticorpo anti-Chlamydia selezionato era quello contro la proteina Pgp3, codificata da un plasmide, considerato lo standard per misurare la presenza di un’infezione da Chlamydia pregressa o in atto.

I campioni di siero sono stati raccolti al momento della diagnosi di tumore ovarico nella coorte polacca e prima della diagnosi nella coorte dello studio PLCO.

La Trabert ha presentato gli odds ratio (OR) associati a un cutoff di titolo anticorpale anti-Pgp3 indicativo di infezione da Chlamydia passata, e a un cutoff più "alto", maggiormente indicativo di infezione cronica o persistente. Per ognuno dei due valori, i ricercatori hanno trovato associazioni statisticamente significative tra titolo anticorpale e rischio di carcinoma ovarico in entrambi gli studi.

Nella coorte polacca, utilizzando il cutoff più basso la presenza di anticorpi anti-Pgp3 inferiore è risultata associata a un aumento del 63% del rischio di carcinoma ovarico (OR 1,63; IC al 95% 1,2-2,22). Ridefinendo la positività in base al cut off più alto, il rischio è risultato raddoppiato (OR 2; IC al 95% 1,38-2,89).

I ricercatori del NCI hanno trovato associazioni simili nello studio PLCO. Infatti, il cutoff più basso è risultato associato a un aumento del rischio pari al 43% (OR 1,43; IC al 95% 0,78-2,63), mentre quello più alto a un rischio di cancro ovarico più che raddoppiato (OR 2,25; IC al 95% 1,07-4,71).

In nessuna delle due coorti, invece, la Trabert e i colleghi hanno trovato un’associazione significativa fra rischio di cancro ovarico e gli altri anticorpi presi in esame.
"I marcatori sierologici di una pregressa infezione da Chlamydia sono risultati associati a un aumento del rischio di cancro ovarico in due studi di popolazione indipendenti, il che fornisce ulteriore supporto alla presenza di un'associazione tra malattia infiammatoria pelvica e carcinoma ovarico" ha detto l’autrice durante la conferenza stampa.

"L’assenza di associazioni con gli altri agenti infettivi che abbiamo evidenziato convalida ulteriormente la specificità delle nostre scoperte. I nostri risultati dovranno essere replicati e, se confermati, supporteranno uno studio futuro in cui si valuterà la possibilità di ridurre il rischio di carcinoma ovarico mediante il trattamento dell’infezione da Chlamydia e della malattia infiammatoria pelvica" ha concluso la Trabert.

Alessandra Terzaghi
B. Trabert et al. Serologic markers of infectious agents and ovarian cancer: Markers of prior Chlamydia trachomatis infection associated with increased ovarian cancer risk in two independent populations. AACR 2018; abstract 4942.
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