Ca ovarico, mantenimento con niraparib allontana la progressione

La terapia di mantenimento con l'inibitore di PARP niraparib migliora la sopravvivenza libera da progressione (PFS) rispetto al placebo nelle donne con un carcinoma ovarico ricorrente portatrici di una mutazione germinale di BRCA o con un deficit di ricombinazione omologa (HRD). Lo dimostrano i risultati principali dello studio randomizzato di fase III NOVA, resi noti con un comunicato stampa dall'azienda che sta sviluppando il prodotto, Tesaro.

La terapia di mantenimento con l’inibitore di PARP niraparib migliora la sopravvivenza libera da progressione (PFS) rispetto al placebo nelle donne con un carcinoma ovarico ricorrente portatrici di una mutazione germinale di BRCA o con un deficit di ricombinazione omologa (HRD). Lo dimostrano i risultati principali dello studio randomizzato di fase III NOVA, resi noti con un comunicato stampa dall’azienda che sta sviluppando il prodotto, Tesaro.

In questo studio, niraparib ha migliorato la PFS mediana di 15,5 mesi rispetto al placebo nelle pazienti responsive alla chemioterapia a base di platino e portatrici di una mutazione germinale di BRCA. Nelle pazienti non portatrici di una mutazione germinale di BRCA, ma con un deficit di ricombinazione omologa, il gruppo trattato con l’inibitore ha mostrato un vantaggio di 9,1 mesi nella PFS rispetto al gruppo trattato con il placebo.

Sulla base di questi risultati, Tesaro prevede di ora di far richiesta di approvazione del farmaco sia alla Food and Drug Administration sia alla European Medicines Agency.

"La maggior parte delle donne a cui viene diagnosticato un carcinoma ovarico in stadio avanzato avrà prima o poi una recidiva, anche se ha risposto alla chemioterapia iniziale" spiega Thomas Herzog, dello University of Cincinnati Cancer Institute, nel comunicato "Sono quindi necessarie nuove opzioni terapeutiche per allungare l’intervallo temporale  tra i cicli di chemioterapia a base di platino per queste pazienti, e i risultati dello studio NOVA suggeriscono che niraparib potrebbe rappresentare una nuova importante opzione di trattamento per molte donne affette da carcinoma ovarico".

Il trial ha coinvolto più di 500 pazienti che sono state suddivise in due coorti indipendenti. In ognuna delle due le pazienti sono state assegnate in rapporto 2: 1 al trattamento con niraparib 300 mg/die o un placebo. Nella prima coorte sono state incluse donne con mutazioni germinali di BRCA e nella seconda donne con BRCA non mutato, ma che potevano avere un deficit di ricombinazione omologa (HRD-positive) oppure no (HRD-negative). Nel gruppo HRD-positivo potevano essere incluse anche le donne con mutazioni somatiche di BRCA.

Le partecipanti avevano un carcinoma ovarico, delle tube di Falloppio o peritoneale primario, confermato dall’istologia, con istologia sierosa di alto grado o avevano una mutazione germinale nota di BRCA. Tutte avevano già fatto non meno di due cicli di chemioterapia a base di platino ed erano considerate platino-sensibili. L'endpoint primario dello studio era la PFS, mentre gli endpoint secondarie comprendevano la sopravvivenza globale (OS) e la sicurezza complessiva.

La PFS mediana nelle portatrici di mutazioni germinali di BRCA è stata di 21 mesi con niraparib contro 5,5 mesi con il placebo, differenza che si traduce in una riduzione del 73% del rischio di progressione o decesso (HR 0,27; P < 0,0001). Nelle pazienti con tumori HRD-positivi, la PFS mediana è risultata di 12,9 mesi con niraparib contro 3,8 mesi con il placebo (HR 0,38; P < 0,0001).

Niraparib ha continuato a mostrare un beneficio nelle donne affette da carcinoma ovarico rispetto al placebo anche a prescindere dallo stato mutazionale di BRCA e dalla presenza o meno di un deficit di ricombinazione omologa. Nella coorte di donne non portatrici di mutazioni germinali di BTCA, ma HRD-positive o HRD-negative, la PFS mediana è risultata di 9,3 mesi con niraparib contro 3,9 mesi con il placebo, differenza che corrisponde una riduzione del 55% del rischio di progressione o decesso nel gruppo trattato con l’inibitore (HR, 0,45; P < 0,0001).

Gli eventi avversi di grado 3/4 eventi manifestatisi con maggiore frequenza durante il trattamento con niraparib sono stati trombocitopenia (28,3%), anemia (24,8%) e neutropenia (11,2%). Complessivamente, le pazienti che hanno interrotto il trattamento sono state il 14,7% fra quelle trattate con l’inibitore contro il 2,2% nel braccio di controllo. L’incidenza delle sindromi mielodisplastiche o delle leucemie mieloidi acute secondarie è risultata simile nei due bracci di trattamento (rispettivamente 1,3% contro 1,2%).

"È importante sottolineare come questi risultati evidenzino l'attività di niraparib in una popolazione di pazienti con tumore ovarico che comprende non solo le donne portatrici di mutazioni germinali di BRCA… Lo studio NOVA è stato progettato per definire quali sono le pazienti che hanno le maggiori probabilità di beneficiare di un trattamento con niraparib e, di conseguenza, ottimizzare il rapporto rischio/beneficio" afferma Mary Lynne Hedley, presidentessa e COO di Tesaro, nel comunicato aziendale. "Crediamo di aver raggiunto questo obiettivo e siamo ansiosi di presentare i dati completi di questo studio al congresso della Società Europea di Oncologia Medica, in ottobre" aggiunge la Hedley.

Nel frattempo, niraparib continua ad essere sviluppato in vari setting anche in altri tumori oltre a quello ovarico. Per esempio, lo studio di fase II QUADRA è un trial a braccio singolo in cui si sta valutando niraparib in pazienti con carcinoma ovarico sieroso di alto grado già sottoposte ad almeno tre linee di chemioterapia. Nello studio di fase III PRIMA, invece, l'inibitore è messo alla prova come terapia di prima linea per le donne con un tumore ovarico. Nello studio BRAVO, sempre di fase III, niraparib è messo a confronto con la terapia scelta del medico in donne affette da un tumore al seno con mutazioni di BRCA.