Le donne con tumori ovarici portatori di mutazioni di BRCA o con un profilo genomico simile hanno maggiori probabilità di beneficiare di rucaparib, un nuovo inibitore della poli-(ADP-ribosio)-polimerasi (PARP) sperimentale. A suggerirlo sono i risultati intermedi dello studio di fase II ARIEL2, presentati in occasione del convengo annuale della Society of Gynecologic Oncology.

In questo lavoro, i ricercatori hanno valutato l'attività di rucaparib in pazienti con un carcinoma ovarico epiteliale, delle tube di Falloppio o peritoneale primario, di grado elevato, sensibile al platino e recidivante.

Inoltre, hanno testato un biomarker del deficit di ricombinazione omologa, che conferisce sensibilità agli inibitori di PARP ed è presente comunemente nei tumori con BRCA mutato.

Il team, guidato da Elizabeth Swisher, a capo del programma di prevenzione del cancro al seno e alle ovaie del Seattle Cancer Care Alliance e docente della Washington University di Seattle, ha determinato il profilo genetico dei tumori mediante il sequenziamento di nuova generazione, che permette di rilevare la perdita di eterozigosi causata dal deficit di ricombinazione omologa, dovuto sia specificamente a una mutazione di BRCA sia ad altre aberrazioni molecolari che danno ai tumori un profilo genomico simile.

I risultati delle prime 121 pazienti valutabili hanno mostrato che il 25% aveva tumori con mutazioni di BRCA e il 42% tumori senza tale mutazione, ma comunque con un profilo genomico simile, mentre il 33% aveva tumori negativi per il biomarker.

La percentuale di risposta al trattamento con rucaparib secondo i criteri RECIST è risultata complessivamente del 43% tra le 61 pazienti valutabili, ma ha mostrato variazioni significative a seconda dello stato del biomarker del deficit di ricombinazione omologa. Infatti, è risultata del 65% nel gruppo che aveva tumori con BRCA mutato, 40% in quelle con un profilo genomico simile e solo dell’8% in quelle con tumori negativi per il biomarker (P < 0,001).

Gli eventi avversi più comuni correlati al trattamento sono stati nausea, stanchezza e un innalzamento transitorio dei valori di funzionalità epatica, ma nessuna delle partecipanti ha interrotto il trattamento a causa di qualche tossicità.

"Rucaparib è attivo e ben tollerato nel carcinoma ovarico di alto grado" ha concluso la Swisher.

"Un’analisi genomica approfondita del tumore basata su una tecnica di sequenziamento di nuova generazione permette di identificare in modo prospettico le pazienti con un carcinoma ovarico che possono rispondere a rucaparib e di identificare sia le mutazioni rilevanti di BRCA sia un profilo genomico simile" ha detto l’oncologa, aggiungendo che quest’ultimo potrebbe avere un’utilità anche in altri tipi di tumori oltre al carcinoma ovarico.

L’autrice ha anche riferito che lo studio ARIEL2 è stato di recente ampliato in modo da diventare un trial registrativo per il trattamento delle pazienti con un tumore ovarico già trattate senza successo con tre terapie precedenti, indipendentemente dallo stato delle mutazioni di BRCA, e sta tuttora arruolando partecipanti.

I ricercatori del programma ARIEL stanno perfezionando il biomarker del deficit di ricombinazione omologa, valutando diversi cutoff per vedere di definire ancora meglio i casi con un profilo genomico simile a quello dei casi con BRCA mutato, ha detto poi la Swisher. "Questo biomarker sarà testato prospetticamente nello studio ARIEL3, un trial di fase III, randomizzato e controllato con placebo su donne con tumore ovarico recidivato e platino sensibile, trattate col farmaco come terapia di mantenimento” ha anticipato l’oncologa.