Oncologia-Ematologia

Ca ovarico, niraparib efficace a prescindere dallo stato di BRCA

L'inibitore di PARP niraparib ha migliorato la sopravvivenza libera da progressione (PFS) nelle pazienti con carcinoma ovarico di alto grado platino-sensibile recidivato, indipendentemente dallo stato del gene BRCA (mutato o meno). Lo evidenzia un'analisi dello studio di fase III ENGOT-OV16/NOVA, presentata recentemente a National Harbor, al congresso annuale della Society of Gynecologic Oncology (SGO).

L'inibitore di PARP niraparib ha migliorato la sopravvivenza libera da progressione (PFS) nelle pazienti con carcinoma ovarico di alto grado platino-sensibile recidivato, indipendentemente dallo stato del gene BRCA (mutato o meno). Lo evidenzia un’analisi dello studio di fase III ENGOT-OV16/NOVA, presentata recentemente a National Harbor, al congresso annuale della Society of Gynecologic Oncology (SGO).

Anche se le pazienti con mutazioni di BRCA sono quelle che hanno avuto i migliori risultati, sia queste sia quelle con BRCA non mutato hanno tratto benefici significativi dal trattamento con niraparib. Infatti, le pazienti senza mutazioni germinali di BRCA hanno ottenuto, se trattate con il PARP-inibitore, un aumento da due a tre volte della PFS rispetto al placebo.
I risultati hanno mostrato un miglioramento significativo anche di tutti gli endpoint secondari chiave, oltre a quello della PFS, che era l’endpoint primario del trial.

 “Niraparib non ha avuto alcun impatto sull'efficacia della successiva linea di terapia, il che suggerisce un beneficio clinico prolungato” ha detto Sven Mahner, del'Università di Monaco di Baviera, presentando i risultati. Inoltre, ha aggiunto il professore, “il trattamento con niraparib non ha avuto nessun effetto negativo sulla qualità della vita. Sulla base di questi risultati, niraparib andrebbe preso in considerazione per le donne che hanno un carcinoma ovarico di alto grado responsivo alla chemioterapia a base di platino, recidivato, indipendentemente dalla presenza o meno nel tumore di mutazioni di BRCA”.

I risultati dello studio ENGOT-OV16/NOVA erano stati presentati per la prima volta lo scorso ottobre al congresso della European Society for Medical Oncology e pubblicati contemporaneamente sul New England Journal of Medicine.

Il trial ha coinvolto pazienti con carcinoma ovarico di alto grado, platino-sensibile e recidivato, con o senza mutazioni di BRCA assegnate in rapporto 2: 1 al trattamento con niraparib 300 mg/die o un placebo, continuato fino alla progressione della malattia. Le pazienti che non avevano mutazioni germinali di BRCA sono state sottoposte al test per verificare la presenza del deficit di ricombinazione omologa (HRD).

L’analisi presentata al congresso SGO ha riguardato 203 pazienti con mutazioni di BRCA e 350 con BRCA non mutato.

Nel sottogruppo di pazienti con tumori con BRCA mutato, la PFS mediana è risultata di 21 mesi nelle donne trattate con niraparib contro 5,5 mesi in quelle trattate con il placebo, differenza che si è tradotta in una riduzione del 73% del rischio di progressione o decesso (HR 0,27; P <0,0001).

Nel sottogruppo con tumori con BRCA non mutato, invece, il trattamento con niraparib ha portato a una PFS mediana di 9,3 mesi contro 3,9 mesi con il placebo (HR 0,45; P <0,0001). Nel sottogruppo di pazienti con tumori HRD-positivi, la PFS mediana è risultata di 12,9 mesi contro 3,8 mesi con il placebo (HR, 0,38; P <0,0001).

Il trattamento con niraparib ha portato a un aumento significativo dell'intervallo libero da chemioterapia, indipendentemente dallo stato mutazionale di BRCA: 22,8 contro 9,4 mesi nel sottogruppo BRCA-positivo (HR, 0,27; P < 0,0001); 12,7 mesi contro 8,6 mesi nel sottogruppo BRCA-negativo (HR, 0,50; P < 0,0001); e 18,2 mesi contro 7,7 mesi nel sottogruppo HRD-positivo (HR, 0,31; P <0,0001).

Risultati simili a favore di niraparib sono emersi anche da un'analisi del tempo al primo trattamento successivo: 21 mesi contro 8,4 mesi nel sottogruppo BRCA-positivo, 11,8 mesi contro 7,2 mesi nel sottogruppo BRCA-negativo e 15,9 mesi contro 6 mesi nel sottogruppo HRD-positivo (P <0,0001 per tutti i confronti).

Mahner ha poi riferito che i dati relativi agli altri endpoint secondari sono ancora immaturi. Tuttavia, le analisi preliminari hanno dato risultati migliori per niraparib, compresi quelli relativi alla PFS2 (dopo il primo trattamento successivo), al tempo al secondo trattamento successivo e alla sopravvivenza globale.

Un confronto tra PFS2 e PFS1 nelle pazienti con mutazioni di BRCA e in quelle con il gene non mutato ha mostrato che il trattamento con niraparib non ha avuto alcun effetto negativo sull’efficacia della terapia successiva, ha riferito Mahner.

Gli eventi avversi più comuni di grado 3/4 nelle donne trattate con niraparib sono risultati la trombocitopenia (33,8%), l’anemia (25,3%), la neutropenia (19,6%), l’affaticamento (8,2%) e l'ipertensione (8,2%). Gli avversi eventi di grado 3/4 dal ciclo 3 in poi sono stati poco frequenti e il più comune è stato l’anemia (16,9%). Gli eventi avversi che hanno portato all'interruzione del trattamento sono stati la trombocitopenia (3,3%), l’affaticamento (3,3%), la neutropenia (1,9%), l’anemia (1,4%) e l'ipertensione (0,3%).

Durante lo studio non si sono verificati sanguinamenti di grado 3/4 né eventi avversi di grado 5 (fatali). Inoltre, ha detto Mahner, gli eventi avversi ematologici correlati al trattamento sono stati gestiti tramite una personalizzazione della dose.
Anche gli outcome riferiti dalle pazienti durante lo studio sono stati simili con niraparib e con il placebo, ha riferito l’autore.