L’aggiunta dell’anticorpo monoclonale bevacizumab a una doppietta chemioterapica ha prolungato la sopravvivenza globale (OS) mediana di quasi 5 mesi rispetto alla sola chemioterapia standard nelle donne con tumori ovarici ricorrenti platino-sensibili, nello studio di fase III GOG0213. I risultati del trial sono appena stati presentati al congresso annuale sui tumori femminili della Society of Gynecologic Oncology, a Chicago.

Presentando i dati, Robert L. Coleman, dell’MD Anderson Cancer Center di Houstoun, ha detto che è la prima volta che in uno studio si raggiunge un traguardo del genere in questa popolazione di pazienti.

Il risultato è di poco al di sotto della significatività statistica, ha spiegato l’autore, ma consolida le evidenze a supporto dell'impiego di bevacizumab nel setting del tumore ovarico platino-sensibile ricorrente. Sia l’Fda, nel novembre 2014, sia l’Ema, poco più di un mese fa, hanno dato il via libera all’utilizzo dell’anticorpo in combinazione con la chemioterapia per il trattamento delle donne con un carcinoma ovarico ricorrente platino resistente, sulla base del miglioramento della sopravvivenza libera da progressione (PFS) dimostrato nello studio GOG240.

Lo studio GOG0213, avviato nel dicembre 2007, ha coinvolto 674 donne affette da carcinoma ovarico epiteliale, peritoneale primario o un tumore delle tube di Falloppio che hanno recidivato dopo la terapia di prima linea o la terapia di mantenimento che poteva comprendere anche bevacizumab. Quasi il 70% delle partecipanti aveva un'età compresa tra i 50 e i 69 anni.

Obiettivo primario dello studio era quello di valutare il ruolo di bevacizumab (15 mg/kg) in combinazione con paclitaxel (175 mg/m2) più carboplatino (AUC5) seguiti da una terapia di mantenimento con bevacizumab, rispetto alla sola doppietta chemioterapica. Entrambi i gruppi di trattamento (ciascuno formato da 337 pazienti) sono stati trattati con paclitaxel e carboplatino per 6 cicli, dopodiché le pazienti del braccio sperimentale hanno proseguito con la terapia di mantenimento con il biologico.

L’OS mediana nel gruppo trattato con bevacizumab più la chemio è stata di 42,2 mesi contro 37,3 mesi nel gruppo sottoposto alla sola chemioterapia, con una riduzione del rischio di decesso nel primo gruppo pari al 17% (HR 0,83; P = 0,056).

L’aggiunta del biologico ha migliorato anche la PFS, di quasi 3,5 mesi. La PFS è stata, infatti, di 13,8 mesi nel gruppo trattato con bevacizumab più la chemio contro 10,4 mesi nel gruppo trattato con la sola chemio, con una riduzione del rischio di progressione pari al 39% (HR = 0,61; P < 0,0001).

Un secondo obiettivo dello studio è quello di esaminare il ruolo della citoriduzione secondaria prima dell'avvio della chemioterapia. L’arruolamento delle pazienti per la valutazione di quest’obiettivo è in corso e i risultati non sono quindi ancora disponibili. Anche in questo caso, si valuterà innanzitutto l’effetto del trattamento sull’OS e, in secondo luogo, la sicurezza e la tossicità, la PFS e la qualità della vita legata all’intervento.

Coleman si è detto soddisfatto dei risultati. "Anche se non si è raggiunta la significatività statistica, si è trovata una forte tendenza verso un miglioramento della sopravvivenza globale" ha detto l’autore.

“Le doppiette a base di platino sono diventate uno standard terapeutico per le donne che hanno un carcinoma ovarico ricorrente sensibile al platino, ma il ruolo di bevacizumab in seconda linea e quello della chirurgia secondaria sono ancora da definire" ha detto Coleman in conferenza stampa, aggiungendo che c’è un forte interesse degli oncologi per entrambe le questioni, così come per cercare di capire quale sia l’effetto di bevacizumab sull’OS quando altri studi hanno ampiamente valutato la PFS.

L’aggiunta di bevacizumab alla chemioterapia ha portato a un aumento degli eventi avversi; tutti gli eventi avversi sono aumentati ma tutti sono rimasti entro i parametri previsti. Eventi avversi di particolare interesse (cioè di grado ≥3) più frequenti nel braccio bevacizumab rispetto al braccio di controllo sono risultati il tromboembolismo (con un’incidenza del 4% contro 1%), le infezioni (13% contro 6%), l'ipertensione (12% contro <1%), la proteinuria (8% contro 0%) e le perforazioni o fistole gastrointestinali/ascessi di qualsiasi grado (15% contro 4%).

Inoltre, ci sono stati 9 decessi nel gruppo trattato con bevacizumab (di cui sette ritenuti potenzialmente correlati al trattamento di studio) contro due nel gruppo trattato con la sola chemio.

Durante la sua presentazione, Coleman ha anche confrontato i risultati di sei studi effettuati su donne con un carcinoma ovarico ricorrente. Quei trial avevano mostrato miglioramenti della PFS, che hanno portato a identificare come standard di cura le doppiette a base di platino, ma nessuno aveva mostrato un miglioramento dell’OS, ha osservato l’esperto.

Analogamente, nello studio di fase III OCEANS, bevacizumab aveva dimostrato di migliorare la PFS quando aggiunto a gemcitabina e carboplatino rispetto alla sola doppietta chemioterapica, senza però migliorare in modo statisticamente significativo l’OS.

A chi gli ha chiesto se pensa che i risultati dello studio GOG213 stiano già cambiando la pratica clinica, l’oncologo ha risposto di sì, perché, ha osservato, “la sopravvivenza mediana ha superato i 40 mesi nelle pazienti con malattia recidivante".

Alessandra Terzaghi

R.L. Coleman, et al. A phase III randomized controlled clinical trial of carboplatin and paclitaxel alone or in combination with bevacizumab followed by bevacizumab and secondary cytoreductive surgery in platinum-sensitive, recurrent ovarian, peritoneal primary and fallopian tube cancer. Society of Gynecologic Oncology’s Annual Meeting on Women’s Cancer 2015; abstract 3.