Olaparib in compresse combinato con un regime settimanale a base di carboplatino e paclitaxel pare essere sicuro nelle pazienti con carcinoma ovarico in stadio avanzato che non hanno risposto alla terapia di prima linea, stando ai dati di uno studio preliminare.

Inoltre, evidenzia il lavoro, le pazienti portatrici di mutazioni dei geni BRCA potrebbero avere risposte migliori rispetto a quelle senza queste mutazioni.

"Questo studio è uno dei primi a utilizzare olaparib in compresse invece che in capsule" spiega Saul Rivkin, fondatore e presidente del Marsha Rivkin Center for Ovarian Cancer Research di Seattle, nonché ricercatore dello Swedish Cancer Institute, nella stessa città, in un comunicato stampa. "L'obiettivo era quello di trovare la dose massima tollerata di olaparib in compresse più paclitaxel e carboplatino metronomico settimanale in pazienti con un carcinoma ovarico recidivante. Con questo regime si è ottenuto un tasso di risposta del 66% nelle pazienti con tumore ovarico pesantemente pretrattate".

Nello studio in questione, di fase Ib/II, Rivkin e i colleghi hanno valutato 14 pazienti con carcinoma ovarico recidivante in stadio III o IV che non avevano risposto a una chemioterapia di prima linea contenente platino. Le partecipanti avevano già fatto una mediana di quattro regimi di trattamento e avevano un'età media di 58 anni.

Tutte sono state sottoposte ai test genetici per rilevare la presenza di eventuali mutazioni di BRCA1 e BRCA2 e poi trattate con un regime di terapia metronomica a base di paclitaxel 60 mg/m2 endovena e carboplatino settimanale per 21 giorni in un ciclo di 28.

La dose di olaparib è stata aumentata fino a raggiungere la dose massima tollerata e le pazienti sono state seguite per monitorare la tossicità e la risposta. Il trattamento con la combinazione è proseguito fino alla progressione della malattia o alla comparsa di una tossicità dose-limitante.

Rivkin e colleghi hanno scoperto che la dose massima tollerata di olaparib in compresse è di 150 mg due volte al giorno per 3 giorni consecutivi di ogni settimana. La terapia è stata continuata per una mediana di 9,3 cicli e una media di 7,3 cicli.

Durante lo studio non si sono osservate tossicità di grado 4. Tra le tossicità di grado 3, la più frequenti sono state neutropenia, leucopenia, linfopenia, anemia, affaticamento e sindrome mielodisplastica, mentre non si è osservato alcun segno di tossicità gastrointestinale, cardiaca, epatica, polmonare o dermatologica.

In due partecipanti si sono verificate reazioni allergiche prima dello studio per cui le pazienti sono state sottoposte a una desensibilizzazione al carboplatino dopo l’arruolamento. Inoltre, in una paziente si è verificata una reazione allergica lieve alla chemioterapia, che tuttavia non ha richiesto una desensibilizzazione.

Delle 12 donne valutabili, quattro hanno raggiunto una risposta completa (il 33%), quattro (il 33%) una risposta parziale, due (il 16%) una stabilizzazione della malattia e due (il 16%) hanno mostrato una progressione della malattia. Tre delle quattro risposte complete si sono ottenute in pazienti che presentavano mutazioni di BRCA e tra le pazienti in cui si è osservata una progressione della malattia, una aveva una mutazione di questo gene.

"Le prospettive delle donne con un tumore ovarico in stadio avanzato non sono equivalenti a quelle delle pazienti con un cancro al seno e c’è ancora molto lavoro da fare per migliorare i tassi di guarigione” afferma Rivkin nel comunicato stampa. "I ricercatori stanno scoprendo e studiando nuove terapie innovative per il trattamento del carcinoma ovarico. Stiamo lavorando costantemente per migliorare la qualità della vita e la sopravvivenza di tutte le donne colpite da un tumore alle ovaie".

Rivkin e i colleghi intendono ora arruolare fino a 40 pazienti per l’estensione dello studio di fase II.