Bristol-Myers Squibb ha annunciato che, in uno studio di fase III, l’anti PD-1 nivolumab ha raggiunto l’endpoint principale di miglioramento della sopravvivenza generale rispetto a docetaxel in pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule (NSCLC). Per ora l'azienda ha reso noti i dati top line. Alla notizia le azioni del'azienda sono cresciute del 3,5%.

trial è stato interrotto anticipatamente dal Comitato di monitoraggio dello studio a seguito dell’evidente vantaggio in termini di sopravvivenza con il farmaco sperimentale, rispetto al controllo.
Nivolumab è un anticorpo monoclonale completamente umanizzato inibitore del checkpoint immunitario PD-1, che è stato approvato lo scorso dicembre dall’Fda per il trattamento del melanoma.
Il farmaco è in sviluppo anche per altre indicazioni, tra cui la terapia del tumore del polmone non a piccole cellule, il linfoma di Hodgkin e il carcinoma renale metastatico.

Lo studio di fase III CheckMate-017 ha arruolato 272 pazienti con tumore NSCLC di tipo squamoso avanzato o metastatico, precedentemente trattati per la malattia. I partecipanti sono stati randomizzati a ricevere nivolumab 3 mg/kg endovena ogni 2 settimane o docetaxel 75 mg/m2 endovena ogni 3 settimane.

L’endpoint principale dello studio era la sopravvivenza generale, mentre gli endpoint secondari includevano la sopravvivenza senza progressione e il tasso di risposte oggettive.
 “Per la prima volta, fa sapere l’azienda, è stato osservato un vantaggio in termini di sopravvivenza con un inibitore del checkpoint immunitario PD-1 nel tumore del polmone”. Bristol-Myers Squibb sta lavorando con i ricercatori per stabilire la data di pubblicazione e la presentazione dei risultati completi dello studio.

Lo scorso ottobre erano stati presentati i dati dello studio di fase II CheckMate-063 condotto su nivolumab in pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule in fase avanzata del tipo carcinoma a cellule squamose. Nello studio, di tutti i pazienti nel braccio trattato con il farmaco sperimentale, il 41% erano vivi dopo un anno, mentre gli investigatori hanno verificato un tasso di risposta globale del 15%.

Il blocco dei checkpoint immunitari, in particolare del pathway di PD-1 e dei suoi ligandi , PD- L1 e PD- L2, sta emergendo come una strategia promettente per la terapia del cancro.

Per checkpoint immunitari si intendono una serie piuttosto estesa di meccanismi inibitori intrinseci al sistema immunitario necessari per mantenere la tolleranza verso il tessuti self e per modulare la durata e l’ampiezza delle risposte immunitarie fisiologiche nei tessuti periferici in modo tale da limitare il danno tessutale collaterale.

Ultimamente, risulta sempre più chiaro che diversi tipi di tumore “sfruttano” nel proprio sviluppo alcuni di questi sistemi checkpoint  come principale meccanismo per evadere la risposta immunitaria antitumorale, tipicamente svolta dai linfociti T specifici per antigeni tumorali.

Gli anticorpi anti-PD-1 e anti-PD-L1 potenziano la risposta immunitaria bloccando l'interazione tra la proteina PD-1, un cosiddetto check point immunitario o  recettore co-inibitorio della cellula T, e uno dei suoi ligandi, il PD-L1, impedendo alle cellule tumorali di eludere il sistema immunitario dell'ospite.

Bloccando PD-1, questi farmaci permettono l’attivazione delle cellule T che colpiscono le cellule tumorali, essenzialmente ‘togliendo il freno’ al sistema immunitario.