L’utilizzo a intermittenza della terapia di deprivazione androgenica (ADT) negli uomini con un cancro alla prostata metastatico ormonosensibile potrebbe accorciare loro la vita. A evidenziarlo sono i risultati dello studio SWOG 9346, un importante trial internazionale di fase III nel quale la sopravvivenza di pazienti sottoposti a blocco androgenico intermittente è risultata inferiore a quella osservata nei pazienti trattati con una ADT continuativa. Lo studio è stato presentato in anteprima in una conferenza stampa e poi durante la sessione plenaria del congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), che si chiude oggi a Chicago.

Inoltre, l'inferiorità della terapia intermittente ai fini della sopravvivenza è risultata più marcata tra gli uomini con malattia meno diffusa, cioè proprio quelli che hanno maggiori probabilità di vedersi proporre questa strategia terapeutica, ha spiegato ai giornalisti la prima autrice Maha Hussain, del Comprehensive Cancer Center dell’Università del Michigan di Ann Arbor.

Perciò, ha affermato la ricercatrice, "la terapia continuativa continua ad essere lo standard di cura" nei pazienti con malattia metastatica ormonosensibile.

Bruce Roth, della Washington University School of Medicine di St. Louis, moderatore della conferenza stampa in cui è stato presentato lo studio, ha spiegato che la deprivazione androgenica intermittente è un approccio ampiamente utilizzato negli Stati Uniti, perché i dati finora disponibili sembravano mostrare che potesse prolungare la risposta o, quanto meno, non essere dannoso ai fini della sopravvivenza.

Per esempio, un altro importante studio, lo studio SWOG JPR 7, ha messo a confronto l’ADT intermittente e quella continua, dando una certa credibilità all’idea che la prima non comportasse un costo in termini di accorciamento della sopravvivenza. Questo trial, presentato in occasione del Genitourinary Cancers Symposium nel 2011, aveva infatti evidenziato la non inferiorità della terapia intermittente rispetto a quella continua in termini di sopravvivenza globale. Va osservato, però, che questo studio è stato fatto su una popolazione diversa rispetto a quella dello SWOG 9346, formata cioè da uomini con una malattia localizzata che avevano mostrato una progressione biochimica dopo la radioterapia.

Il razionale alla base della strategia intermittente è quello di cercare di alleviare gli affetti avversi della carenza di testosterone, come l’impotenza e la sensazione di minor benessere. Lo studio SWOG 9346 indica, tuttavia, che “c’è un prezzo da pagare” in termini di riduzione della sopravvivenza, ha detto Roth.

Il trial era progettato per mostrare che il l’ADT intermittente non era inferiore a quella continua in termini di efficacia. Per verificare se era realmente così, i ricercatori del gruppo cooperativo SWOG hanno arruolato 3.040 pazienti con un cancro alla prostata metastatico di nuova diagnosi e livelli ematici di PSA non inferiori a 5 ng/ml nel sangue.

I partecipanti sono stati dapprima sottoposti a una terapia di deprivazione androgenica a base di goserelin e bicalutamide per 7 mesi. Coloro che hanno mostrato una risposta al trattamento, definita come un PSA di non superiore a 4 ng/ml dopo 6 e 7 mesi di terapia, sono stati divisi in due gruppi, uno, di 759 pazienti, che ha proseguito con la terapia e l’altro, di 770, che l’ha interrotta.

Con un follow-up mediano di 9,2 anni, la sopravvivenza globale è stata in media di 5,8 anni nel primo gruppo contro 5,1 nel secondo, differenza che equivale a aumento del 9% del rischio relativo di mortalità ricorrendo all’ADT intermittente (HR 1,09; IC al 95% 0,95-1,24).

Quando i ricercatori hanno analizzato i sottogruppi di pazienti, hanno visto che il trattamento intermittente non era inferiore a quello continuativo negli uomini con malattia estesa. Tuttavia, con loro grande sorpresa, l’approccio continuativo è risultato significativamente migliore di quello intermittente nel sottogruppo che mostrava una diffusione minima della malattia, con una sopravvivenza in media di 7,1 anni contro 5,2 (HR 1,23; IC al 95% 1,02-1,49; P = 0,034).

"Questo dato ci ha sorpreso, in quanto è in controtendenza rispetto all’opinione convenzionale” secondo la quale non dovevano esserci grosse differenze di sopravvivenza tra i due approcci, ha sottolineato la Hussein, la quale ha aggiunto che il risultato del suo gruppo potrebbe indicare la presenza di importanti differenze biologiche tra il carcinoma della prostata metastatico diffuso e quello più confinato.

Peraltro, una delle autrici del trial, Celestia Higano, della Seattle Cancer Care Alliance e della University of Washington, ha messo in guardia contro una generalizzazione eccessiva dei risultati, avvertendo che i risultati si applicano solo agli uomini trattati in modo simile al protocollo dello studio e che non si può trarre alcuna conclusione sulla miriade di altri regimi di deprivazione androgenica in uso.

M. Hussain, et al. Intermittent (IAD) versus continuous androgen deprivation (CAD) in hormone sensitive metastatic prostate cancer (HSM1PC) patients (pts): Results of S9346 (INT-0162), an international phase III trial. ASCO 2012; abstract 4.
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