Un'analisi secondaria dello storico studio RTOG 9202 sul cancro alla prostata ha concluso che fare una terapia ormonale prolungata dopo la radioterapia, nei pazienti a rischio intermedio, non offre ulteriori vantaggi rispetto alla terapia ormonale a breve termine. La ricerca è appena stata presentata ad Atlanta, durante i lavori del congresso dell’American Society for Radiation Oncology's (ASTRO).


Gli uomini con un carcinoma prostatico avanzato in genere sono sottoposti alla terapia ormonale per ridurre il livello di androgeni nell’organismo. Anche se tale terapia, da sola, non cura il cancro, riducendo i livelli di androgeni può ridurre la dimensione dei tumori alla prostata o ritardarne la crescita.
Lo studio originale RTOG 9202 è un trial randomizzato in cui si sono valutati i potenziali benefici di una deprivazione androgenica (LTAD) adiuvante a lungo termine, protratta per 2 anni dopo il trattamento iniziale, rispetto alla sola a deprivazione androgenica iniziale, a breve termine (STAD), in pazienti con un cancro alla prostata, per lo più ad alto rischio, sottoposti alla radioterapia a fasci esterni. Dato che nel campione iniziale erano stati inclusi anche alcuni soggetti con un cancro alla prostata a rischio intermedio, i ricercatori hanno provato a valutare se in questo sottogruppo la LTAD potesse offrire un beneficio supplementare in termini di sopravvivenza.


Hanno quindi provato a esaminare tutti i pazienti arruolati nello studio RTOG 9202 classificati con un cancro alla prostata a rischio intermedio perché in stadio T2 ( tumore confinato alla prostata), con un PSA < 10 e un punteggio di Gleason pari a 7, oppure a rischio immediato, cioè con un tumore in stadio T2, un PSA compreso tra 10 e 20 e un punteggio di Gleason < 7.
In totale sono stati analizzati 133 pazienti, di cui 59 sottoposti alla e 74 alla STAD. Dopo un follow-up mediano di più di 11 anni, erano ancora vivi 39 pazienti del primo gruppo e 33 del secondo.


L’analisi di Kaplan Meier non ha evidenziato nessuna differenza significativa tra i due gruppi in termini di sopravvivenza globale (OS), con una stima a 10 anni del 61% nel gruppo sottoposto alla terapia più breve e 65% in quello trattato più a lungo (P = 0,53). La sopravvivenza specifica dalla malattia è risultata pari al 96% in entrambi i gruppi (P = 0,72), mentre il fallimento biochimico si è verificato in 38 pazienti del gruppo STAD e in 33 nel gruppo LTAD e le percentuali di fallimento biochimico a 10 anni sono risultate rispettivamente del 53% e 55% (P = 0,99).


"La maggior parte dei medici ha ritenuto che 'di più fosse meglio' quando si trattava bloccare il testosterone in pazienti affetti da cancro alla prostata; tuttavia, i risultati degli endpoint specifici sui quali ci siamo concentrati indicano chiaramente che non è così" afferma Amin Mirhadi, del Cedars-Sinai Medical center di Los Angeles, autore principale dello studio. "Questi dati” aggiunge, quindi, l’oncologo “vanno a sostegno di una somministrazione di minori cure, che si tradurrà in un minor numero di effetti collaterali e una riduzione dei costi complessivi dell’assistenza sanitaria".


A. J. Mirhadi, et al. Effect of Long-Term Hormonal Therapy (vs. Short-Term Hormonal Therapy): A Secondary Analysis of Intermediate Risk Prostate Cancer Patients Treated on RTOG 9202. ASTRO 2013; abstract 61
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