Gli uomini che hanno un cancro alla prostata di piccole dimensioni e confinato alla prostata, ma a rischio di crescita e diffusione, hanno outcome migliori se sono trattati con la radioterapia in combinazione con la terapia di deprivazione androgenica, che abbassa i livelli di testosterone, rispetto alla sola radioterapia. A evidenziarlo è un nuovo studio multicentrico internazionale appena presentato al 33° congresso della Società Europea di Radioterapia e Oncologia (ESTRO33) a Vienna.

Secondo gli esperti, questi risultati porteranno a cambiare la pratica clinica.

"Anche se è necessario un follow-up più lungo per valutare l'impatto sulla sopravvivenza globale, questi risultati devono essere presi in considerazione nella pratica clinica quotidiana. I dato mostrano che la radioterapia conformazionale tridimensionale, che sia di intensità modulata o meno, e indipendentemente dalla dose, va associata a una terapia di deprivazione androgenica a breve termine per ottenere una riduzione significativa del rischio di recidiva. Pertanto, durante le riunioni dei team multidisciplinari per discutere il trattamento a cui sottoporre  un paziente, quest’approccio combinato dovrebbe essere una delle opzioni da proporre agli uomini con un carcinoma prostatico localizzato a rischio alto o intermedio di crescita e diffusione" ha detto l’autore principale del lavoro Michel Bolla, della clinica universitaria di Grenoble, in Francia:

Lo studio è stato condotto in 37 centri di 14 Paesi e ha coinvolto 819 pazienti che avevano un tumore alla prostata in stadio iniziale (come confermato dalle analisi delle biopsie e dai livelli di antigene prostatico specifico) a rischio intermedio o elevato di crescere e diffondersi ad altre parti del corpo.

I partecipanti sono stati trattati in rapporto 1:1 con la sola radioterapia oppure con la radioterapia più due iniezioni sottocutanee di analoghi dell’LH-RH, che abbassano i livelli di testosterone fino a portare a una castrazione chimica reversibile. La prima iniezione è stata praticata il primo giorno della radioterapia e la seconda 3 mesi dopo. Nei 15 giorni precedenti la prima iniezione, i pazienti hanno assunto anche un antiandrogeno orale (bicalutamide 50 mg/die) per prevenire il temporaneo rialzo del testosterone che altrimenti si verificherebbe dopo la prima somministrazione dell’analogo dell’LH-RH. Per quanto riguarda la radioterapia, i medici potevano scegliere tra tre diverse dosi di irradiazione: 70, 74 o 78 Gray.

Gli autori hanno quindi seguito i pazienti per una media di 7,2 anni e hanno trovato che , indipendentemente dalla dose della radioterapia e dal fatto che fosse o meno a intensità modulata, il gruppo trattato con la radioterapia associata alla terapia ormonale ha mostrato una probabilità significativamente inferiore di ricaduta e progressione rispetto al gruppo sottoposto alla sola terapia radiante.

I pazienti che hanno mostrato una progressione biochimica sono stati 118 nel primo gruppo contro 201 nel secondo, differenza che si traduce in una riduzione del 47% del rischio di progressione biochimica nel gruppo sottoposto alla terapia combinata.

Dopo 5 anni dalla fine del trattamento, la sopravvivenza senza progressione biochimica è stata migliore nel gruppo trattato con la radioterapia più terapia ormonale, ha riferito Bolla. Infatti, i pazienti che mostravano una progressione biochimica sono risultati il 17,5% nel primo gruppo contro 30,7% nel secondo.

Inoltre, la sopravvivenza libera da progressione clinica (dimostrata dalle biopsie e dall’imaging) a 5 anni è risultata dell’88,7% nel gruppo sottoposto al trattamento combinato contro 80,8% nel gruppo trattato con la sola radioterapia.

Ad oggi, ha detto l’autore, sono deceduti in tutto 152 pazienti, di cui 25 a causa del cancro alla prostata. La frequenza degli effetti collaterali, correlati principalmente a problemi di minzione, è risultata del 5,9% nei pazienti trattati con la combinazione di terapia ormonale e radioterapia contro 3,6% in quelli sottoposti solo alla terapia radiante. Come previsto, i problemi sessuali sono risultati, invece, più frequenti nel primo gruppo (27% contro 19,4%).

“Questi risultati mostrano che, negli uomini con carcinoma della prostata localizzato, a rischio di recidiva e diffusione, l'aggiunta di 6 mesi di trattamento ormonale alla radioterapia migliora la sopravvivenza senza progressione. È altresì importante garantire che la radioterapia sia di ottima qualità e occorre fare ulteriore ricerca clinica per ottimizzare le tecniche di radiazione e di trovare nuovi trattamenti ormonali" ha concluso Bolla.

Vincenzo Valentini, del Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma e presidente di ESTRO  ha detto che “i risultati del lavoro sono importanti e tali da far cambiare la pratica clinica. Lo studio mostra chiaramente come un trattamento ormonale per 6 mesi associato alla radioterapia migliori gli outcome negli uomini con un carcinoma prostatico localizzato”, per cui “quest’opzione dovrebbe essere presa in considerazione per tutti i pazienti che hanno un tumore alla prostata a rischio di crescita e diffusione".