Ca renale avanzato, cabozantinib meglio di everolimus anche nei pazienti con metastasi ossee

Cabozantinib Ŕ risultato associato a una sopravvivenza maggiore rispetto a everolimus nei pazienti con carcinoma a cellule renali avanzato e con metastasi ossee in una sottoanalisi dello studio METEOR, che Ŕ stata da poco presentata allo European Cancer Congress, ad Amsterdam, da Sergio Bracarda, del Presidio Ospedaliero San Donato di Arezzo.

Cabozantinib è risultato associato a una sopravvivenza maggiore rispetto a everolimus nei pazienti con carcinoma a cellule renali avanzato e con metastasi ossee in una sottoanalisi dello studio METEOR, che è stata da poco presentata allo European Cancer Congress, ad Amsterdam, da Sergio Bracarda, del Presidio Ospedaliero San Donato di Arezzo.

Dopo 2 anni di follow-up, la sopravvivenza libera da progressione (PFS), la sopravvivenza globale (OS) e le percentuali di risposta obiettiva (ORR) sono risultate significativamente migliori nei pazienti con metastasi ossee trattati con cabozantinib rispetto a quelli trattati con everolimus.

"Cabozantinib è una nuova opzione di trattamento per i pazienti precedentemente trattati con carcinoma a cellule renali avanzato e i suoi benefici sono mantenuti nei pazienti con metastasi ossee" scrivono nel loro abstract Bracarda e i colleghi.

Gli autori spiegano che studi precedenti hanno dimostrato come i pazienti con carcinoma a cellule renali avanzato con metastasi ossee abbiano generalmente una prognosi sfavorevole rispetto ai pazienti senza metastasi ossee. Da qui l’importanza di valutare l’efficacia di cabozantinib nello specifico in questo sottogruppo di pazienti ‘difficili’.

Lo studio METEOR è un trial randomizzato di fase III su 658 pazienti con carcinoma renale avanzato, che ha mostrato un vantaggio significativo di sopravvivenza per i pazienti trattati con cabozantinib, nei quali l’OS mediana è risultata di 21,4 mesi contro 16,5 mesi nei pazienti trattati con everolimus (HR 0,66; P  = 0,0003).

Nella sottoanalisi presentata ad Amsterdam, Bracarda e i colleghi hanno esaminato un sottogruppo di 142 pazienti con metastasi ossee al basale, visibili alla Tac o alla risonanza magnetica. Hanno condotto un'analisi esplorativa della risposta alla scintigrafia ossea tra i 162 pazienti in cui si erano valutate le lesioni ossee al basale e hanno confrontato l'incidenza degli eventi correlati allo scheletro nei 181 pazienti con una storia di eventi correlati allo scheletro e nei 477 che non ne avevano avuti. Gli eventi correlati allo scheletro comprendevano fratture patologiche, compressione midollare, chirurgia ossea e radioterapia esterna sull’osso.

I pazienti sono stati sottoposti a screening con la Tac o la risonanza magnetica ogni 8 settimane per i primi 12 mesi dopo la randomizzazione, poi ogni 12 settimane. Tutti sono stati sottoposti a screening con scintigrafia ossea con tecnezio ogni 18 settimane per i primi anni, e quei pazienti con lesioni ossee al basale sono stati seguiti con scansioni aggiuntive ogni 24 settimane.

Gli autori hanno valutato anche biomarcatori ossei del siero, tra cui la fosfatasi alcalina specifica dell’osso- (BSAP), il propeptide N-terminale del collagene di tipo 1 (P1NP) e il telopeptide C-terminale cross-linkato del collagene di tipo I (CTx).

La PFS mediana per i pazienti con metastasi ossee trattati con cabozantinib è risultata di 7,4 mesi contro 2,7 mesi per everolimus (HR 0,33, IC al 95% 0,21-0,51), mentre nei pazienti con metastasi sia 'ossee sia viscerali la PFS mediana è risultata rispettivamente di 5,6 mesi contro 1,9 mesi (HR 0,26; IC al 95% 0,16-0,43).

Nel gruppo dei pazienti con sole metastasi ossee l’OS mediana nel braccio trattato con cabozantinib è risultata pari a 20,1 mesi rispetto a 12,1 mesi in quello trattato con everolimus (HR 0,54; IC al 95% 0,34-0,84), mentre nei pazienti con metastasi sia ossee sia viscerali l’OS mediana è stata rispettivamente di 20,1 mesi contro 10,7 mesi (HR 0,45; IC al 95% 0,28-0,72).

L'ORR valutata da una commissione di radiologi indipendenti è risultata pari a al 17% nei pazienti con sole metastasi ossee e 20% nei pazienti con metastasi sia ossee sia viscerali nel braccio cabozantinib, mentre non si sono osservate risposte obiettive nei pazienti trattati con everolimus.

Le risposte alla scintigrafia ossea, definite come una diminuzione almeno del 30% rispetto al basale dell’area della lesione ossea, sono state osservate nel 18% dei pazienti trattati con cabozantinib contro il 10% nel gruppo trattato con everolimus.

Tra i pazienti con una storia di eventi correlati allo scheletro, la frequenza di tali eventi è risultata del 22% con cabozantinib contro 31% con everolimus, mentre nei pazienti senza una storia precedente di eventi correlati allo scheletro le percentuali corrispondenti sono risultate del 27% e 15%. Si è verificato almeno un evento correlato allo scheletro nel 12% dei pazienti del gruppo cabozantinib e nel 14% dei pazienti del gruppo everolimus, tra cui rispettivamente quattro e otto casi di compressione midollare. Per i pazienti con una storia di eventi correlati allo scheletro al momento della randomizzazione, l'incidenza di eventi correlati allo scheletro post-randomizzazione è stata del 16% con cabozantinib e 34% con everolimus, con rispettivamente nessuno e cinque casi di compressione midollare.

Inoltre, nel gruppo trattato con cabozantinib si sono registrate riduzioni maggiori dei marker di turnover osseo P1NP e CTx.

Infine, gli eventi avversi più comuni nei pazienti con metastasi ossee sono risultati in linea con quelli osservati nella popolazione generale dello studio.

S. Bracarda, et al. Efficacy of cabozantinib vs everolimus in advanced renal cell carcinoma with bone metastases: results from the phase 3 METEOR study. ECCO 2017; abstract 2196.
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