Nei pazienti con carcinoma a cellule renali (CCR) metastatico, il trattamento di prima linea con l’inibitore delle tirosin chinasi di seconda generazione axitinib non migliora in modo significativo la sopravvivenza libera da progressione (PFS) rispetto a sorafenib.

È questo il verdetto definitivo di un trial di fase III, randomizzato e in aperto, i cui risultati sono appena stati pubblicati online su The Lancet Oncology, dopo essere stati anticipati nel febbraio scorso a Orlando, durante il Genitourinary Cancers Symposium (ASCO-GU).

Lo studio ha coinvolto 288 pazienti con CCR metastatico e un ECOG performance status pari a 0 o 1, trattati in prima linea in rapporto 2:1 con axitinib 5 mg due volte al giorno oppure sorafenib 400 mg due volte al giorno. Oltre alla PFS, che era l’endpoint primario, sono stati valutati come endpoint secondari la sopravvivenza globale (OS), la percentuale di risposta obiettiva (ORR), la sicurezza, la durata della risposta, i sintomi e la qualità di vita legata alla salute. La risposta tumorale è stata valutata al basale, alle settimane 8, 16 e 24 e poi ogni 12 settimane.

Al momento del cutoff scelto per analizzare i dati (luglio 2012), il 59% dei pazienti era deceduto o mostrava una progressione della malattia.

L’analisi non ha evidenziato alcuna differenza significativa tra i pazienti assegnati axitinib rispetto a quelli assegnati a sorafenib per quanto riguarda la PFS mediana, che è stata rispettivamente di 10,1 mesi contro 6,5 (HR 0,77; IC al 95 % 0,56-1,05).

Tuttavia, la PFS mediana è risultata superiore con axitinib rispetto a sorafenib nel sottogruppo di pazienti con performance status ECOG pari a 0, ma non in quello con performance status pari a 1.

Inoltre, la percentuale di risposta obiettiva è stata maggiore nel gruppo assegnato ad axitinib che non in quello trattato con sorafenib.

L’incidenza complessiva degli eventi avversi gravi è stata del 34% nel gruppo axitinib contro 25% nel gruppo sorafenib.

Nell’editoriale che accompagna lo studio, Nadia Yousaf e James Larkin, del Royal Marsden Hospital di Londra, suggeriscono che in questo gruppo di pazienti axitinib non si è dimostrato più efficace di sorafenib perché il trial era sottodimensionato.

In occasione dell’ASCO-GU, il primo autore del lavoro, Thomas Hutson, del Baylor University Medical Center di Dallas, aveva anche fatto notare che gli sperimentatori si erano prefissati un obiettivo decisamente ambizioso, cioè una riduzione del rischio del 44% (HR pari 0,56 contro lo 0,77 ottenuto nel trial).

“Come riconoscono gli stessi autori, anche la scelta di sorafenib come controllo potrebbe essere criticata e vista come un ‘posizionare l’asticella verso il basso’ rispetto a pazopanib e sunitinib, perché in genere sorafenib non è accettato come standard di prima linea" scrivono poi i due esperti nel loro commento. "Inoltre, nel calcolo della dimensione necessaria del campione, il beneficio di sorafenib potrebbe essere stato sottovalutato perché studi precedenti avevano evidenziato una sopravvivenza libera da progressione mediana di circa 5 mesi".

Yousaf e James Larkin sottolineano anche che, sebbene con un campione più ampio si potrebbe forse mostrare un beneficio significativo di axitinib nel carcinoma a cellule renali, ci sono temi di ricerca più pressanti, come "definire le strategie posologiche ottimali per i farmaci già approvati e accelerare lo sviluppo di agenti veramente innovativi, come quelli diretti contro il co-recettore PD1, costituente di un importante checkpoint immunitario.

Axitinib, che agisce contro vari bersagli, tra cui diversi recettori del fattore di crescita endoteliale vascolare (VEGFR), è attualmente approvato sia in Europa sia negli Usa come terapia di seconda linea del CCR metastatico.

T.E Hutson, et al. Axitinib versus sorafenib as first-line therapy in patients with metastatic renal-cell carcinoma: a randomised open-label phase 3 trial. The Lancet Oncology 2013. Doi:10.1016/S1470-2045(13)70465-0
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