Ca renale metastatico, cabozantinib efficace nei pazienti già trattati con l'immunoterapia

L'inibitore delle proteine VEGFR -2, MET e AXL cabozantinib sembra essere molto attivo nei pazienti con carcinoma renale metastatico già trattati con l'immunoterapia, indipendentemente dal numero di trattamenti precedenti e dal gruppo di rischio IMDC. È questa la conclusione di uno studio retrospettivo monocentrico condotto da ricercatori dell'Institut Gustave Roussy di Villejuif (Parigi), presentato all'ultimo congresso della European Society for Medical Oncology (ESMO), a Madrid.

L’inibitore delle proteine VEGFR -2, MET e AXL cabozantinib sembra essere molto attivo nei pazienti con carcinoma renale metastatico già trattati con l’immunoterapia, indipendentemente dal numero di trattamenti precedenti e dal gruppo di rischio IMDC. È questa la conclusione di uno studio retrospettivo monocentrico condotto da ricercatori dell’Institut Gustave Roussy di Villejuif (Parigi), presentato all’ultimo congresso della European Society for Medical Oncology (ESMO), a Madrid.

La sequenza ottimale di trattamento per i pazienti affetti da carcinoma renale metastatico ad oggi non è chiara, anche se gli inibitori del checkpoint immunitario PD-1/PD-L1 stanno diventando uno standard of care in seconda e terza linea.
In particolare, ci sono pochi dati sull’efficacia dei farmaci anti-angiogenici somministrati dopo gli inibitori dei checkpoint immunitari, specialmente per quanto riguarda cabozantinib, che è stato approvato solo di recente per il trattamento del carcinoma renale metastatico.

Per saperne di più, il team francese ha analizzato l’efficacia di cabozantinib in un gruppo di pazienti con carcinoma renale metastatico trattati in precedenza con inibitori di PD-1 o PD-L1 presso l’Institut Gustave Roussy.

“I dati presentati qui a Madrid sono il frutto dell’esperienza iniziale con cabozantinib effettuata nel nostro centro” ha spiegato ai nostri microfoni la prima autrice del lavoro, Lisa Derosa. “Abbiamo fatto un’analisi retrospettiva osservando tutti i pazienti trattati con gli inibitori dei checkpoint immunitari, nei quali abbiamo valutato con quali farmaci erano stati trattati come terapia successiva e quali risultati avevano ottenuto, focalizzandoci in particolare su cabozantinib”. Gli outcome valutati sono stati il tempo al fallimento del trattamento (TTF), la percentuale di risposta obiettiva (ORR) e la sopravvivenza globale (OS).

La Derosa e i colleghi hanno analizzato 127 pazienti trattati in precedenza con inibitori dei checkpoint immunitari, di cui 107 trattati con nivolumab; di questi pazienti, 44 (il 35%) erano ancora in trattamento con l’immunoterapia al momento dell’analisi, cinque lo avevano interrotto a causa di tossicità e avevano una malattia stabile e 78, invece, sono progrediti. Dei 78 pazienti in progressione, 22 (il 28%) non sono stati assegnati a nessun’altra terapia, mentre 56 (il 72%) sono stati sottoposti a qualche altro trattamento: 18 (il 32%) hanno ricevuto cabozantinib, 25 (il 44%) axitinib e i rimanenti 13 (il 24%) altri farmaci,che comprendevano sunitinib, everolimus, pazopanib, tivozanib e sorafenib.

“I pazienti assegnati a cabozantinib sono stati trattati con l’inibitore in terza linea (nel 27% dei casi) o in linee successive; inoltre, erano soggetti a rischio IMDC intermedio (nel 72% dei casi) o sfavorevole e si trattava quindi di un gruppo molto selezionato di pazienti, con malattia aggressiva” ha sottolineato Derosa.

“Nel gruppo trattato con cabozantinib, i dati non sono ancora maturi, perché soltanto 5 pazienti su 18 hanno mostrato una progressione della malattia e soltanto 2 su 18 sono deceduti. Quindi, la mediana di TTF non è ancora stata raggiunta e così pure la mediana di OS, però l’ORR è risultata del 41% e questa è una percentuale molto alta” ha riferito la dottoressa.

In particolare, nessun paziente ha avuto come miglior risposta una progressione della malattia, il 41% ha ottenuto una risposta parziale e il 59% ha mostrato una stabilizzazione della malattia.
“Se vogliamo comparare questi dati con quelli ottenuti con la strategia che per ora siamo abituati a utilizzare di più, cioè axitinib, con quest’ultimo farmaco l’ORR è risultata simile, ma comunque più bassa, 37%, e in più il 17% dei pazienti ha mostrato una progressione della malattia come miglior risposta” ha fatto notare l’autrice.

Inoltre, ha aggiunto la Derosa, “cabozantinib somministrato dopo gli inibitori dei checkpoint immunitari si è dimostrato ben tollerato e non ha mostrato grosse tossicità in più rispetto a quelle che siamo abituati a osservare utilizzando il farmaco in linee precedenti di trattamento”. La percentuale di pazienti che hanno dovuto sospendere il trattamento a causa degli eventi avversi è risultata dell’11%.

“Nella nostra esperienza, quindi, cabozantinib si è dimostrato molto attivo nonostante il numero di precedenti linee fatte dai pazienti e nonostante si trattasse di soggetti con prognosi sfavorevole. Tuttavia, i dati sono ancora immaturi e serve un follow-up più lungo per convalidare questi primi incoraggianti risultati” ha concluso la ricercatrice.


Bibliografia
L. Derosa, et al. Efficacy of cabozantinib (C) after PD-1/PD-L1 checkpoint inhibitors in metastatic Renal Cell Carcinoma (mRCC): the Gustave Roussy experience. ESMO 2017; abstract 876P.

Annals of Oncology (2017) 28 (suppl_5): v295-v329. 10.1093/annonc/mdx371