Ca renale metastatico, possibili risposte durature anche dopo lo stop all'anti-PD-1/PD-L1

Alcuni pazienti affetti da carcinoma renale avanzato che rispondono alla terapia con inibitori dei checkpoint immunitari anti-PD-1/PD-L1 e poi interrompono prematuramente la terapia a causa di eventi avversi immuno-correlati possono continuare ad avere un beneficio clinico per almeno altri 6 mesi senza che si abbia progressione della malattia.

Alcuni pazienti affetti da carcinoma renale avanzato che rispondono alla terapia con inibitori dei checkpoint immunitari anti-PD-1/PD-L1 e poi interrompono prematuramente la terapia a causa di eventi avversi immuno-correlati possono continuare ad avere un beneficio clinico per almeno altri 6 mesi senza che si abbia progressione della malattia. È quanto emerge da un piccolo, ma interessante, studio multicentrico retrospettivo presentato a Orlando durante i lavori del Genitourinary Cancers Symposium dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO-GU).

Su 19 pazienti con carcinoma renale metastatico che hanno sospeso l’anti-PD-1/PD-L1 a causa di eventi avversi immuno-correlati, otto (il 42%) sono riusciti a mantenere sotto controllo la malattia per almeno 6 mesi senza terapie sistemiche aggiuntive e sono stati perciò classificati dai ricercatori come "responder durevoli".

"Quello che abbiamo dimostrato è che, nonostante i pazienti abbiano sospeso il trattamento, vi è un sottogruppo in cui la malattia continua ad essere sotto controllo nonostante non facciano alcuna terapia" ha detto in conferenza stampa la prima autrice del lavoro, Rana R. McKay, della University of California di San Diego.

"Il nostro è un piccolo studio, tuttavia, sebbene i nostri risultati debbano essere validati in un trial più ampio di tipo prospettico, evidenziano che, in alcuni casi, l’immunoterapia può avere benefici duraturi anche dopo la sospensione del trattamento" ha aggiunto la ricercatrice.

La McKay ha ricordato che gli inibitori di PD-1/PDL-1 si stanno dimostrando efficaci contro un numero crescente di tumori maligni. Lo standard di cura attuale è quello di somministrare questi agenti in modo continuativo fino alla progressione della malattia o alla comparsa di tossicità. Tuttavia, lo studio del suo gruppo fa intravedere la possibilità, in futuro, di sospenderli in alcuni pazienti, importante soprattutto perché questi farmaci sono associati a una vasta gamma di effetti collaterali, oltre che essere molto costosi.

“Gli eventi avversi più preoccupanti sono quelli immuno-correlati, che si pensa siano causati dall’attivazione del sistema immunitario" ha detto l’autrice.

"Questi farmaci agiscono rinforzando la risposta immunitaria, e una delle conseguenze non intenzionali è ... che possono anche suscitare una risposta autoimmune contro uno o più organi del corpo" ha ricordato il portavoce dell’ASCO e moderatore della conferenza, Sumanta Pal, del City of Hope Medical Center di Duarte.

"Abbiamo registrato un ampio spettro di eventi avversi, coinvolgenti diversi sistemi di organi, tra cui polmonite, miosite, nefrite, epatite, pericardite e miocardite, solo per citarne alcuni" ha detto la McKay. L’autrice ha riferito che in totale l’84% dei pazienti ha avuto bisogno di steroidi per trattare gli eventi avversi immuno-correlati, l'11% di agenti immunosoppressori supplementari e il 53% stava ancora manifestando tossicità al momento dell’analisi.

"Se un paziente manifesta effetti collaterali immuno-correlati, il loro impatto può essere grave" ha sottolineato Pal. "Questo studio certamente rafforza il concetto che gli individui in cui si hanno effetti collaterali immuno-correlati potrebbero avere comunque un beneficio tangibile dal farmaco".

L’età mediana dei pazienti studiati era di 68 anni, il 74% era di sesso maschile e il 26% aveva una malattia aggressiva.

Nel gruppo dei responder durevoli, il tempo mediano di trattamento è stato di 11 mesi e quello senza trattamento di 20 mesi. Al contrario, i pazienti in cui il tumore è peggiorato subito dopo la sospensione della terapia erano stati trattati per una mediana di 4 mesi ed erano rimasti senza trattamento per una mediana di soli 2 mesi.

Il 63% del campione era stato trattato con un anti-PD-1/PD-L1 in monoterapia, mentre i pazienti restanti con uno di questi inibitori in combinazione con altre terapie sistemiche.

“Questo studio rappresenta una buona notizia per i pazienti che devono interrompere l’immunoterapia a causa di eventi avversi” ed “è molto rassicurante vedere che alcuni pazienti possono continuare a beneficiare dell’immunoterapia anche se devono sospenderla” ha detto ancora Pal.

La McKay ha concluso dicendo che servono ora studi più ampi di tipo prospettico per valutare se sia necessaria una somministrazione continuativa in tutti i pazienti, quali potrebbero beneficiare di una somministrazione non continuativa e per confrontare gli outcome ottenuti con i due differenti approcci, continuativo e non. Servono, dunque, studi volti a identificare approcci che permettano di personalizzare l'immunoterapia in base alla risposta. La ricercatrice ha poi aggiunto che già è in previsione una studio di fase II per valutare una gestione ottimizzata della terapia con nivolumab in base alla risposta nei pazienti con carcinoma renale metastatico.

R.R. McKay, et al. Outcomes of PD-1/PD-L1 responders who discontinue therapy for immune-related adverse events (irAEs): Results of a cohort of patients (pts) with metastatic renal cell carcinoma (mRCC). J Clin Oncol 35, 2017 (suppl 6S; abstract 467).
leggi