L'aggiunta di oxaliplatino alla chemioradioterapia con capecitabina in pazienti con un adenocarcinoma del retto localmente avanzato non dà benefici a breve termine nel post-operatorio e aumenta la tossicità. Lo confermano i risultati dello studio randomizzato PETACC-6 presentati in occasione del 33* congresso della European Society for Radiotherapy and Oncology (ESTRO), a Vienna, in Austria.

"L'aggiunta di oxaliplatino alla chemioradioterapia preoperatoria con capecitabina ha portato a un aumento della tossicità, ha diminuito la compliance al trattamento e non ha migliorato il tasso di resezione R0, il tasso di remissione completa patologica e il tasso di conservazione dello sfintere” ha riferito Karin Haustermans, dello University Hospital Gasthuisberg di Leuven, in Belgio.

Tuttavia, durante il meeting viennese sono stati presentato solo i risultati secondari dello studio, mentre quelli a lungo termine sulla sopravvivenza libera da malattia non sono ancora noti.

"Non è chiaro se la risposta completa patologica (uno degli endpoint secondari ) sia un surrogato della sopravvivenza libera da malattia (l’endpoint primario), anche ci sono molti dati che dimostrano come ii pazienti che hanno una risposta completa patologica tendono ad avere una prognosi migliore” ha detto la Haustermans, la quale ha anche sottolineato come i dati presentati a Vienna siano in accordo con la maggior parte dei risultati ottenuti in precedenza per la somministrazione a breve termine di oxaliplatino.

Ad oggi, sono quattro i trial in cui si è valutata la possibilità di aggiungere oxaliplatino a fluorouracile (5-FU) in bolo o infusionale o a capecitabina nell’ambito della chemioradioterapia preoperatoria. Uno di questi è lo studio ACCORD 12/0405-Prodige 2 trial, che ha dato risultati analoghi a quelli appena presentati dalla Haustermans, così come gli studi STAR e ARO/AIO/CAO 04, e, più recentemente, il NASBP RO4.

PETACC-6 è, dunque, il quinto studio a testate l’oxaliplatino nell’ambito della chemioradioterapia preoperatoria, e il primo , insieme con ARO/AIO/CAO 04 (un trial opera di un gruppo tedesco) a includere anche oxaliplatino nel trattamento adiuvante.

Nel setting preoperatorio, lo studio presentato ora al congresso ESTRO ha valutato l'effetto di oxaliplatino sulla risposta completa locale e la recidiva locale, mentre i risultati a lungo termine saranno utilizzati per valutare il suo ruolo adiuvante sul tasso di metastasi a distanza e sulla sopravvivenza libera da malattia a 3 anni .

Commentando i risultati, il chairman della seduta in cui è stato presentato lo studio, David Sebag-Montefiore, del Leeds Institute of Cancer, ha detto che sebbene i risultati siano deludenti per il fatto che l'aggiunta di oxaliplatino non abbia dimostrato di migliorare gli outcome a breve termine, è molto importante aspettare i risultati a lungo termine in termini di endpoint tumorali prima di trarre conclusioni definitive sul ruolo delloxaliplatino, in questo setting.

Karyn A. Goodman, del Memorial Sloaan.Kettering Cancer Center di New York, è stata, invece, decisamente più categorica. “Chiaramente , i risultati dello studio PETAC -6, aggiunti a quelli di altre tre ampi studi randomizzati precedenti con esito analogo, mostrano che non vi è alcun ruolo per l’oxaliplatino in combinazione con la chemioradioterapia neoadiuvante a base di 5-FU. L’aggiunta di oxaliplatino sembra solo aver aumentato la tossicità, senza migliorare i tassi di risposta patologica completa, di conservazione dello sfintere o di controllo locale" ha tagliato corto l’oncologa.

Lo studio ha coinvolto 1094 pazienti con un’età media di 62 anni, con un adenocarcinoma del retto e tumori a un massimo di 12 cm dal margine anale. I partecipanti avevano tumori T3/4 o con linfonodi positivi, senza evidenza di metastasi, considerati resecabile al momento dell’arruolamento o destinati a diventare resecabili dopo la chemioradioterapia preoperatoria.

Tutti sono stati sottoposti per 5 settimane a una chemioradioterapia preoperatoria (45 Gy in 25 frazioni, con un boost opzionale per un totale di 50,4 Gy) con capecitabina (825 mg/m2 due volte al giorno ), seguita da sei cicli di capecitabina adiuvante (1000 mg/m2 due volte al giorno per i giorni 1-15 ogni 3 settimane).

Metà dei pazienti sono stati poi trattati con oxaliplatino prima dell'intervento chirurgico (50 mg/m2 nei giorni 1, 8, 15, 22 e 29) e dopo la chirurgia (130 mg/m2 al giorno 1 ogni 3 settimane), mentre l’altra metà non ha fatto alcuna terapia aggiuntiva.

L'aderenza alla radioterapia preoperatoria è stata simile in entrambi i gruppi, con più del 90% dei pazienti trattati con più di 45 Gy. Per quanto riguarda l’aderenza alla chemioterapia preoperatoria, il 24% dei pazienti nel gruppo oxaliplatino ha ricevuto meno del 90% della dose prescritta di capecitabina contro il 7,5% di quelli del gruppo non trattato con oxaliplatino

Nel gruppo oxaliplatino, inoltre, si sono verificati più eventi tossici di grado 3 e 4 (32,5% e 5,1%, rispettivamente) rispetto al gruppo di confronto (14,7% e 0,6%); la maggior parte di questi eventi sono stati diarrea di grado 3 (18,3% nel gruppo oxaliplatino contro 6,1% nel gruppo di confronto).

Le complicanze postoperatorie, invece, non hanno mostrato differenze tra i due gruppi. La percentuale di resezione R0 è stata rispettivamente dell’89,8% contro 94,9% (P = 0,31) e anche la percentuale di conservazione dello sfintere anale è risultata simile (rispettivamente 67,1% contro 70,6%; P = 0,26).