Nei pazienti con un carcinoma rettale, se la chemioterapia viene somministrata prima della radioterapia e dell’intervento chirurgico, la tollerabilità ci guadagna e un maggior numero di pazienti sarà in grado di completare il trattamento. A suggerirlo sono i risultati dello studio CONTRE (Complete Neoadjuvant Therapy in Rectal Cancer) un trial di fase II realizzato dal Brown University Oncology Group, che sarà presentato a Chicago il 31 maggio durante i lavori del convegno dell’American Society for Clinical Oncology, giunto quest’anno alla sua cinquantesima edizione.

Dopo aver fatto la radiochemioterapia pre-operatoria ed essere stati operati, molti pazienti con un carcinoma rettale in stadio II-III hanno difficoltà a tollerare la chemioterapia adiuvante FOLFOX, il che può, ovviamente, influire negativamente sulla sopravvivenza, sia quella globale (OS) sia quella libera da malattia (DFS).

Dunque, perché non provare a darla prima, si sono chiesti i ricercatori della Brown University. Il gruppo ci ha provato e il tentativo ha dato i risultati sperati. Infatti, anticipare la chemio ha permesso a quasi tutti i pazienti arruolati – 33 su 39 – di completare il ciclo di trattamento standard per il carcinoma del retto.

“Secondo alcuni studi, la compliance alla chemio post-operatoria non supera il 60%” spiega la prima firmataria dello studio, Kimberly Perez, oncologa del Rhode Island Hospital e professore associato di medicina presso la Brown University. In un comunicato stampa. “Invece, “nello studio CONTRE, oltre il 90% dei pazienti è riuscito a completare il regime mFOLFOX6 anticipato” aggiunge la Perez.

“Tutti i partecipanti tranne uno sono stati sottoposti all’intervento chirurgico e l’85% ha potuto fare anche la chemioradioterapia dopo aver completato la chemioterapia. La stragrande maggioranza ha dunque fatto tutti e tre i cicli di trattamento standard, anche se in un ordine diverso dal solito” segnala l’autrice.

La Perez spiega anche che all’inizio dello studio quasi tutti i partecipanti avevano sanguinamento rettale, ma in tutti il sintomo si è attenuato durante il trattamento per poi scomparire e anche i sintomi ostruttivi sono migliorati, senza complicanze tali da rendere necessario l’intervento chirurgico.

La maggior parte dei pazienti, 32 dei quali avevano un tumore in stadio III e sette in stadio II, ha risposto almeno in una certa misura alla chemioterapia di induzione e alla chemioradioterapia. Al momento dell’intervento, 13 (il 33%) mostravano una risposta patologica completa, 10 (il 26%) avevano ottenuto una regressione del tumore fino allo stadio I, sette (il 18%) erano in stadio II e otto (il 20%) erano rimasti in stadio III.

L' ultimo paziente ha fatto l’intervento chirurgico nel gennaio scorso e quindi è ancora troppo presto per avere dati sulla sopravvivenza globale.

Sul fronte della sicurezza, non ci sono state brutte sorprese e l’incidenza di effetti collaterali come la neutropenia non è stata diversa da quella attesa.

“Servirebbe ora uno studio randomizzato per capire se una tempistica migliore nella somministrazione della chemioterapia con questo approccio migliori la DFS e l’OS, ma il protocollo utilizzato nello studio CONTRE rappresenta un'alternativa ben tollerata alla sequenza standard attuale e potrebbe servire da piattaforma per i prossimi studi clinici sul carcinoma rettale” scrivono i ricercatori nella conclusione dell’abstract inviato all’ASCO.

In effetti, i risultati del trial hanno già dato il là a un nuovo studio guidato da NRG Oncology, il cui protocollo prevede prima la chemio, poi la chemioradiaterapia con farmaci biologici, e, infine, la chirurgia. Il Brown Univeristy Oncology Group e il Cancer Center del Rhode Island Hospital di Providence, riferisce la Perez, parteciperanno a questo trial multicentrico.

K. Perez, et al Complete neoadjuvant therapy in rectal cancer (CONTRE): A Brown University Oncology Research Group phase II study. ASCO 2014; abstract 3530.
leggi

Alessandra Terzaghi