Nelle donne a rischio molto elevato di cancro al seno, fino a una su 10 potrebbe trarre vantaggio da una terapia farmacologia preventiva. A sostenerlo è un articolo, appena uscito online su The Lancet Oncology, che riporta le conclusioni di una conferenza di consenso di un gruppo di esperti del settore, tra cui l’italiano Andrea DeCensi, direttore dell’Oncologia medica degli Ospedali Galliera di Genova. Secondo gli specialisti, tutte le donne con un rischio di sviluppare un tumore alla mammella nei 10 anni successivi uguale o superiore al 4% dovrebbero seguire una terapia preventiva.

Nel documento si legge che trattando 1.000 donne con tamoxifene a scopo preventivo si avrebbero 20 casi in meno di tumore al seno, ma ci sarebbero anche tre casi in più di tumore all’endometrio e sei di trombosi venosa profonda, un aumento ritenuto dagli esperti accettabile e ben all’interno del rapporto rischio-beneficio. Anche il raloxifene viene raccomandato come trattamento preventivo, per quanto offra un beneficio minore, pur essendo gravato da meno effetti collaterali.

Sono comunque in corso diversi studi su nuovi farmaci che potrebbero essere meno tossici e potrebbero arrivare a essere offerti anche a metà di tutte le donne in post-menopausa. Per esempio, due nuovi farmaci della stessa classe del tamoxifen, il lasofoxifene e l’arzoxifene, hanno dimostrato di essere efficaci e potrebbero presentare un profilo rischio-beneficio complessivo migliore, ma devono essere studiati più a fondo. Gli autori della consensus suggeriscono che gli inibitori dell’aromatasi, in particolare, potrebbero essere ancora più vantaggiosi e c’è grande attesa per i risultati degli studi di chemioprevenzione in corso che li vedono protagonisti. Con questi agenti, che però possono essere dati solo alle donne in post-menopausa, si spera di ottenere una riduzione del rischio dell’ordine del 70%.

Anche farmaci come i bifosfonati e la metformina hanno evidenziato una certa efficacia preventiva nell’ambito di studi osservazionali; questo beneficio deve però essere confermato da studi randomizzati su larga scala.

Il team di esperti ha proposto anche di ampliare i metodi utilizzati per identificare le donne a rischio di cancro al seno, ad oggi basati essenzialmente sull’analisi famigliare, includendo anche l’aumento della densità mammaria alla mammografia. Secondo il gruppo, infatti, le donne che hanno più del 75% del tessuto mammario denso hanno un rischio di sviluppare il tumore almeno quattro volte superiore rispetto a quelle con la maggior parte del tessuto non denso.

L'aumento della densità mammaria è uno dei principali fattori di rischio per il carcinoma mammario nella popolazione generale e i primi studi hanno mostrato che dove il tamoxifene porta a una riduzione di tale densità, si ha parallelamente una riduzione del rischio. Se ciò dovesse confermato dagli studi a lungo termine, la densità mammaria potrebbe diventare uno strumento potente per identificare le donne ad alto rischio che potrebbero beneficiare di una terapia preventiva.

J. Cuzick, et al. Preventive therapy for breast cancer: a consensus statement. The Lancet Oncology 2011. doi:10.1016/S1470-2045(11)70030-4
Leggi