Fare come primo trattamento l’intervento chirurgico potrebbe essere l’opzione migliore per i pazienti con tumori orofaringei e ipofaringei avanzati, stando ai risultati di uno studio condotto a Taiwan in cui si è confrontata la chirurgia con la chemioradioterapia concomitante. Il lavoro è appena stato presentato allo European Cancer Congress (ECC), a Vienna.

I dati, illustrati da Chih-Tao Cheng, del Koo Foundation Sun Yat-Sen Cancer Center di Taipei, mostrano che nel campione studiato la chirurgia radicale si è associata a un miglioramento significativo della sopravvivenza globale (OS) a 5 anni dalla diagnosi rispetto alla chemioradioterapia senza alcun intervento chirurgico.

"L'enfasi sulla conservazione dell'organo ha portato a una diminuzione del ricorso alla chirurgia. La chemioradioterapia concomitante è diventata l'approccio standard per i tumori della testa e del collo che non possono essere operati e viene usata da sola, anche quando la chirurgia è fattibile" afferma Cheng in un comunicato stampa. Tuttavia, aggiunge l’autore, “alla luce del miglioramento delle tecniche chirurgiche, incluse le procedure mini-invasive, c'è la necessità di rivalutare le varie opzioni terapeutiche e valutare la sopravvivenza globale dei diversi gruppi di trattamento".

Qual sia il miglior approccio terapeutico per i pazienti con un tumore orofaringeo e ipofaringea è attualmente controverso ed è difficile reclutare pazienti per studi che confrontino direttamente la chirurgia e la chemioradioterapia concomitante. Pertanto, nel lavoro presentato a Vienna, per valutare gli outcome di sopravvivenza in questi due gruppi di pazienti Cheng e i colleghi hanno usato due database nazionali.

In particolare, i ricercatori hanno raccolto i dati del Taiwan National Health Insurance Claims Database e del Taiwan Cancer Registry Database, identificando 2387 pazienti colpiti da un cancro dell’orofaringe e 2315 con un cancro dell’ipofaringe, ai quali la malattia era stata diagnosticata tra il 2004 e il 2009. Il campione è stato seguito fino al 2012.

Al congresso europeo Cheng ha presentato l'analisi dei dati relativi a 1698 pazienti con un cancro orofaringeo e 1619 con un cancro dell’ipofaringe. Tutti erano in stadio III o IVa.

Nei pazienti con un carcinoma orofaringeo, la chirurgia radicale è stata eseguita nel 35,29% dei casi con malattia in stadio III e nel 37,63% di quelli con malattia in stadio IVa; nei pazienti con un tumore ipofaringeo, l’intervento è stato eseguito, invece, nel 54,52% dei pazienti con malattia in stadio III e nel 48,85% dei pazienti con malattia in stadio IVa.

Quando hanno confrontato gli outcome dei pazienti sottoposti alla chirurgia con quelli che non avevano fatto l’intervento, Cheng e i colleghi hanno scoperto che le percentuali di OS a 5 anni erano molto più alte nel gruppo sottoposto all’intervento.

Nei pazienti con un cancro dell’orofaringe in stadio III, l’OS a 5 anni è risultata, infatti, del 59% tra coloro che erano stati operati contro 48% nel gruppo non trattato chirurgicamente; in quelli in stadio IVa, le percentuali corrispondenti sono state rispettivamente del 51% contro 40%.

Analogamente, nei pazienti con un cancro dell’ipofaringe in fase III, il 54% di coloro che avevano fatto l’intervento era vivo dopo 5 anni contro il 33% di coloro che non lo avevano fatto e nei pazienti con un tumore in stadio IVa le percentuali corrispondenti sono state rispettivamente del 39% contro 26%.

“Negli ultimi due decenni, sono stati fatti miglioramenti sostanziali nel trattamento dei tumori del distretto testa-collo. Tuttavia, le percentuali di sopravvivenza globale per i tumori in fase avanzata a livello locoregionale rimangono insoddisfacenti” dice Cheng. "Abbiamo scoperto che la chirurgia primaria si è associata a una sopravvivenza globale superiore nella maggior parte delle analisi sui sottogruppi, il che suggerisce che la chirurgia potrebbe offrire un beneficio di sopravvivenza" aggiunge il ricercatore.

Molti pazienti, ricorda l’oncologo, non vogliono essere operati per paura di riportare un danno funzionale dopo l’intervento, per esempio problemi di linguaggio o di deglutizione. Tuttavia, sottolinea Cheng, “questo studio suggerisce che evitare la chirurgia potrebbe ridurre in modo significativo le loro chance di sopravvivenza”.

In ogni caso, conclude l’autore, “sono necessari ulteriori studi ben disegnati per confermare i nostri risultati”.

“Il trattamento chirurgico della testa e del collo è un'arma ben riconosciuta, molto spesso seguita dalla radioterapia con o senza chemioterapia, seguita da una valutazione del rischio sui campioni tumorali. In alcuni casi selezionati (in base alla sede del tumore, allo stadio o all’età del paziente), la chirurgia può essere evitata e la chemioradioterapia rappresenta lo standard di cura” ha commentato Lisa Licitra, dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.

“Decidere il tipo di trattamento da proporre richiede una collaborazione molto forte da parte di team multidisciplinari con esperienza. Infatti, è stato segnalato più volte che gli outcome dei pazienti sono migliori se vengono curati in centri con volumi elevati” ha poi sottolineato l’oncologa italiana, concordando con Cheng sul fatto che i dati dello studio evidenziano ulteriormente la necessità di effettuare studi prospettici per chiarire il ruolo della chirurgia e della radioterapia nell’ambito degli approcci curativi".

C.T. Cheng, et al. Primary surgery for advanced oropharyngeal and hypopharyngeal cancers: A nationwide study in Taiwan. ECC 2015; abstract 2804.