Ca uroteliale metastatico, promettente l'anti-PD-L1 avelumab nei pazienti refrattari

L'anticorpo monoclonale anti-PD-L1 avelumab ha dimostrato di possedere un'attività antitumorale con un profilo di sicurezza accettabile in un trial di fase Ib su pazienti con carcinoma uroteliale metastatico refrattario alla terapia standard. I risultati del trial sono stati presentati da Andrea B. Apolo, del National Cancer Institute, durante i lavori del Genitourinary Cancers Symposium (GUCS) organizzato dall'American Society of Clinical Oncology (ASCO) a San Francisco.

L’anticorpo monoclonale anti-PD-L1 avelumab ha dimostrato di possedere un’attività antitumorale con un profilo di sicurezza accettabile in un trial di fase Ib su pazienti con carcinoma uroteliale metastatico refrattario alla terapia standard. I risultati del trial sono stati presentati da Andrea B. Apolo, del National Cancer Institute, durante i lavori del Genitourinary Cancers Symposium (GUCS) organizzato dall’American Society of Clinical Oncology (ASCO) a San Francisco.

Nello studio si sono osservate risposte ad avelumab in pazienti con metastasi viscerali, “una popolazione tipicamente caratterizzata da una prognosi sfavorevole” ha detto la  Apolo, ed “è molto interessante aver osservato un’attività clinica in pazienti che non hanno altre opzioni terapeutiche a disposizione. Il cancro alla vescica metastatico è una malattia devastante con opzioni terapeutiche molto limitate" ha aggiunto la ricercatrice.

I dati preliminari sull’impiego degli inibitori di PD-L1 nel carcinoma uroteliale metastatico hanno evidenziato un’incoraggiante attività clinica e un profilo di tossicità favorevole nei pazienti caratterizzati da una sovraespressione di PD-L; inoltre, l'espressione di PD-L1 nelle cellule immunitarie infiltranti all'interno del tumore è risultata associata a percentuali di risposta più alte in questa malattia, ha spiegato la Apolo.

"Sappiamo che il cancro alla vescica è un tumore immunogenico. Utilizziamo l'immunoterapia contro il cancro della vescica da anni, per lo più nel setting della malattia localizzata non invasiva nel muscolo, ma ora stiamo imparando molto di più sulla sua attività nel setting metastatico”.

Lo studio presentato al simposio è un trial di fase Ib che ha coinvolto 44 pazienti affetti da carcinoma uroteliale metastatico confermato istologicamente o citologicamente, progredito dopo almeno un trattamento con un regime contenente platino per la malattia non resecabile o ricorrente oppure pazienti non idonei al cisplatino. I partecipanti sono stati trattati con avelumab 10 mg/kg somministrato mediante infusione endovenosa di un’ora ogni 2 settimane.

I pazienti non erano stati preselezionati in base all'espressione di PD-L1 e il trattamento è continuato fino alla progressione, alla comparsa di una tossicità inaccettabile o al verificarsi di qualsiasi criterio per il ritiro.

La durata media del trattamento è stata di 13 settimane, con un numero medio di dosi somministrate pari a 6,5. Il follow-up è stato di 3,5 mesi e 16 pazienti sono rimasti in trattamento.

Si sono osservate sette risposte (15,9%) secondo i criteri RECIST, di cui una completa e le altre sei parziali. La durata mediana della risposta non è stata raggiunta e sei dei sette pazienti responder stavano ancora rispondendo al momento dell’analisi dei dati.

La percentuale di pazienti vivi e liberi da progressione dopo 12 settimane è risultata del 47,2%. Otto pazienti (il 18,2%) hanno mostrato un restringimento del tumore di almeno il 30%, anche in pazienti con metastasi viscerali.

Inoltre, l’attività clinica è risultata associata all'espressione di PD-L1. La percentuale di risposta obiettiva è stata del 40% nei 10 pazienti PD-L1-positivi (utilizzando un cutoff ≥5%) contro 9,1% nei 22 pazienti PD-L1-negativi.

La sopravvivenza libera da progressione (PFS) mediana non è stata raggiunta nei pazienti PD-L1-positivi ed è risultata di 12 settimane in quelli PD-L1-negativi, mentre la PFS a 12 settimane è risultata rispettivamente del 70% contro 45,5%. “Nei pazienti PD-L1-positivi vi è una risposta più alta, ma rispondono anche quelli PD-L1-negativi, per cui PD-L1 non è ancora il biomarcatore ideale” ha detto la Apolo.

Avelumab è la terza immunoterapia a dimostrarsi attiva nel carcinoma uroteliale avanzato; le altre due sono atezolizumab e pembrolizumab. La percentuale di risposta di circa il 16% osservata in questo studio con avelumab è molto simile al 15% osservato con atezolizumab in uno studio su pazienti con carcinoma della vescica avanzato.

"A differenza di gli altri agenti, avelumab ha una citotossicità cellulo-mediata anticorpo-dipendente, per cui può uccidere le cellule tumorali stesse, il che può contribuire a una parte dell’attività osservata” ha spiegato la Apolo.

Gli eventi avversi più comuni manifestatisi durante il trattamento sono stati reazioni correlate all'infusione, stanchezza, nausea, astenia, piressia, diarrea e prurito. Complessivamente, il 59,1% dei partecipanti ha manifestato eventi avversi durante il trattamento, nella maggior parte dei casi di grado 1 o 2.

La Apolo ha detto che il suo gruppo sta ampliando il campione, in modo da arrivare a oltre 100 pazienti e avere quindi più dati in termini di attività; inoltre, i ricercatori stanno iniziando uno studio randomizzato nel setting della terapia di mantenimento in pazienti già sottoposti a un chemioterapia di prima linea.

A.B. Apolo, et al. Safety, clinical activity, and PD-L1 expression of avelumab (MSB0010718C), an anti-PD-L1 antibody, in patients with metastatic urothelial carcinoma from the JAVELIN Solid Tumor phase Ib trial. J Clin Oncol. 2016;34 (suppl 2S; abstr 367).
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