Genentech, società biotech facente parte del gruppo Roche,  ha annunciato che le donne con cancro al seno metastatico HER2 positivo che hanno ricevuto pertuzumab in aggiunta a trastuzumab e alla chemioterapia standard a base di docetaxel presentano una maggiore sopravvivenza libera da progressione della malattia. Ciò senza che dal trial risultassero influenze significative sul profilo di sicurezza del trattamento.

I dati provengono da CLEOPATRA, un trial clinico di fase III, randomizzato, in doppio cieco,  che ha valutato 808 pazienti con tumore al seno metastatico randomizzate a ricevere pertuzumab in combinazione con trastuzumab e alla chemioterapia, rispetto ai pazienti trattati con trastuzumab e chemioterapia. I dati completi del trial saranno presentati nel corso di un prossimo congresso di oncologia.

Sulla base di questi risultati entro la fine dell’anno Roche  intende depositare alle agenzia regolatotorie la  richiesta di autorizzazione per il nuovo farmaco. Alcuni analisti ritengono però che l’azienda dovrebbe produrre altri dati anche per dimostrare un aumento della sopravvivenza globale.

Pertuzumab
Pertuzumab è un nuovo anticorpo monoclonale attualmente in studio per il trattamento del carcinoma mammario HER2-positivo in stadio precoce e metastatico. Si tratta di un farmaco mirato innovativo, denominato "inibitore della dimerizzazione di HER2" (HDI). Si ritiene che la dimerizzazione (appaiamento) di HER rivesta un ruolo importante nella crescita e formazione di alcuni diversi tipi di cancro.

Pertuzumab è il primo farmaco sperimentale progettato per impedire specificamente al recettore HER2 di unirsi ad altri recettori HER (EGFR/HER1, HER2, HER3, HER4). Interferendo con la capacità dell'HER2 di collaborare con altri recettori della famiglia HER, pertuzumab blocca la segnalazione cellulare, favorendo in tal modo l'inibizione della crescita o la morte delle cellule tumorali.

Si ritiene che i meccanismi di azione di pertuzumab e trastuzumab siano complementari tra loro. Entrambi si legano al recettore HER2, ma in regioni diverse. In questo modo si ipotizza che i due anticorpi impiegati in combinazione possano consentire un blocco più completo delle vie di trasduzione del segnale di HER rispetto all'uso di uno dei due agenti in monoterapia.