"Il cancro alla vescica sarà il prossimo obiettivo dell’immunoterapia". Lo ha detto convinto Arie Belldegrun, dello UCLA Institute of Urologic Oncology di Los Angeles, durante la lettura inaugurale del congresso dell’'American Urological Association (AUA), a Orlando in Florida.

L’esperto ha ricordato che gli urologi hanno aperto la strada all’impiego dell’immunoterapia nel cancro con uno studio innovativo in cui si utilizzava il vaccino anti-tubercolosi BCG contro il cancro alla vescica nel 1976. Nei 40 anni successivi non è successo molto; ora, tuttavia, si preannunciano novità interessanti in questo ambito.

In occasione del congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), che aprirà i battenti il 30 maggio a Chicago, sarà infatti presentato uno studio piccolo, ma significativo, in cui si è valutato un nuovo agente diretto contro il PDL1 - componente chiave del checkpoint immunitario PD1/PDL1 - come trattamento di seconda linea del carcinoma uroteliale della vescica metastatico.

Questo tumore è associato a una prognosi sfavorevole e le opzioni terapeutiche disponibili sono poche. Il PDL1 è altamente espresso nel carcinoma uroteliale della vescica e potrebbe proteggere le cellule tumorali dall’attacco del sistema immunitario legandosi ai suoi recettori PD1 e B7.1.

Nello studio che sarà presentato all’ASCO, un gruppo di ricercatori guidato da Thomas Powles, del Barts Cancer Institute di Londra, ha valutato un nuovo agente anti-PDL1, noto per ora con la sigla MPDL3280A e sviluppato da Roche, in 31 pazienti con carcinoma uroteliale della vescica metastatico, già trattati in precedenza.

Gli autori hanno valutato la percentuale di risposta obiettiva (secondo i criteri RECIST v1.1) e i biomarker tumorali e circolanti.

I partecipanti avevano un’età media di 66 anni, l’84% erano uomini, il 57% aveva un ECOG performance status pari a 1 e il 68% aveva metastasi viscerali. Il 71% aveva già fatto due linee di terapia e il 97% aveva fatto in precedenza una chemioterapia a base di platino.

I dati indicano che nei 20 pazienti risultati positivi per il PDL1 si è avuta una percentuale di risposta obiettiva del 50%, con una risposta completa e 9 risposte parziali. Tra i responder c’erano anche pazienti con metastasi viscerali e tutti i responder stavano ancora rispondendo alla terapia al momento del cutoff clinico.

Inoltre, i pazienti hanno risposto velocemente. Il tempo mediano di risposta è stato, infatti, "solo" di 43 giorni, ha segnalato Belldegrun.

“La rapidità della risposta è certamente un risultato importante evidenziato da questo studio” commenta Michele Maio, direttore dell’Immunoterapia Oncologica del Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena-Istituto Toscano Tumori. “Peraltro, anticorpi immunomodulanti che bloccano il check-point immunologico PD1/PDL1 sembrano essere tutti caratterizzati da una risposta clinica più rapida rispetto a quanto siamo in generale abituati a osservare con l'immunoterapia e queste risposte rapide al trattamento sono state già osservate in studi precedenti su pazienti affetti da melanoma cutaneo” aggiunge l’esperto.

In questo studio, MPDL3280A è risultato ben tollerato. Gli eventi avversi correlati al trattamento di qualunque grado verificatisi in due o più pazienti sono stati piressia, anemia, calo dell’appetito, affaticamento e nausea. La frequenza degli eventi avversi di grado 3/4 è stata del 3,2% e non si sono manifestati eventi avversi di tipo immunologico.

Per quanto piccolo, "questo studio segna l'inizio di una nuova era nell’immunoterapia del cancro della vescica" ha detto Belldegrun.

L’urologo ha ricordato poi che anche altri tumori genitourinari, in particolare il carcinoma a cellule renali, sono attualmente sotto i riflettori come bersaglio di nuove immunoterapie.

Tra queste, ha citato come esempio l’anticorpo monoclonale anti-PD1 nivolumab. I risultati ottenuti in fase I con questo agente nel carcinoma renale sono stati talmente promettenti che Bristol-Myers Squibb è passata direttamente alla fase III, saltando quella intermedia.

Al congresso dell’ASCO, orami alle porte, sono attesi ulteriori dati su nivolumab nel carcinoma renale metastatico.

Altre immunoterapie che agiscono sui checkpoint immunitari sono gli anticorpi anti-CTLA4 come ipilimumab (Yervoy, svilupato anch’esso da Bristol- Meyers Squibb).

Belldegrun si è detto pronto a scommettere che questi due tipi di inibitori dei checkpoint immunitari entreranno nel libro dei record in oncologia e diventeranno i farmaci più importanti finora scoperti in quest’ambito.

A questo proposito, dice Maio, “non vi è dubbio che i risultati clinici che stiamo ottenendo in svariati tumori umani con questi anticorpi diretti contro diversi check-point immunologici cambieranno significativamente le nostre strategie terapeutiche nel cancro. A solo titolo di esempio credo sia importante sottolineare che ipilimumab ha già rivoluzionato il trattamento del melanoma cutaneo in quanto è stato il primo agente terapeutico ad aver dimostrato di migliorare in modo statisticamente significativo la sopravvivenza, anche a lungo termine, di questi pazienti. E per questa ragione ipilimumab è stato approvato sia dall’Ema sia dall’Fda per il trattamento di questa patologia estremamente aggressiva”.

Secondo Belldegrun, l’appeal dell’immunoterapia risiede soprattutto sua capacità di generare risposte complete e durature, mentre le terapie mirate hanno dato risultati inferiori da questo punto di vista.

“In conclusione” aggiunge Maio “possiamo affermare che l'immunoterapia potrà molto verosimilmente rappresentare una strategia terapeutica importante anche nelle neoplasie genitourinarie, così come sta dimostrando di esserlo nella gran parte dei tumori umani. Il futuro è dietro l'angolo e dovremo capire meglio quali pazienti possono trarre maggior vantaggio dall'immunoterapia e quali saranno le sue più efficaci combinazioni e sequenze con altri agenti antitumorali”.

Alessandra Terzaghi