Carcinoma a cellule renali, avelumab pił axitinib ritarda la progressione rispetto allo standard of care. #ESMO2108

La combinazione dell'inibitore del checkpoint immunitario PD-L1 avelumab e dell'inibitore delle tirosin chinasi (TKI) axitinib ha migliorato in misura sostanziale la sopravvivenza libera da progressione (PFS) in pazienti con carcinoma a cellule renali in fase avanzata e non trattati in precedenza per questo stadio della malattia. I dati provengono dallo studio di fase III JAVELIN Renal 101 appena presentato al congresso dell'European Society of Medical Oncology (ESMO), in corso a Monaco di Baviera.

La combinazione dell’inibitore del checkpoint immunitario PD-L1 avelumab e dell’inibitore delle tirosin chinasi (TKI) axitinib ha migliorato in misura sostanziale la sopravvivenza libera da progressione (PFS) in pazienti con carcinoma a cellule renali in fase avanzata e non trattati in precedenza per questo stadio della malattia. I dati provengono dallo studio di fase III JAVELIN Renal 101 appena presentato al congresso dell’European Society of Medical Oncology (ESMO), in corso a Monaco di Baviera.

Nel sottogruppo di pazienti PD-L1-positivi trattato con l’associazione avelumab e axitinib, la PFS è risultata di 13,8 mesi contro 7,2 mesi ottenuti con sunitinib (HR 0,61; P < 0,0001). Invece, nell’intera popolazione studiata, indipendentemente dall’espressione di PD-L1, la PFS è risultata di 13,8 mesi contro 8,4 mesi (HR 0,69; P = 0,0001).

La percentuale di risposta obiettiva confermata è risultata rispettivamente del 55,2% (IC al 95% 49,9-61,2) e 25,5% (IC al 95% 20,6-30,9).

“JAVELIN Renal 101 è il primo studio di fase 3 con risultati positivi in cui si è confrontata la combinazione di un inibitore di un checkpoint immunitario e un TKI con il solo TKI nel trattamento di prima linea del carcinoma a cellule renali avanzato" ha sottolineato l’autore principale dello studio, Robert Motzer, del Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York.

"I risultati supportano il potenziale di avelumab più axitinib come nuovo trattamento per i pazienti con carcinoma a cellule renali avanzato. Il beneficio della terapia combinata è stato osservato in tutti i sottogruppi di pazienti, sia dai singoli sperimentatori sia da revisori indipendenti, e indipendentemente dai livelli di PD - L1" ha continuato Motzer.

Malgrado le terapie disponibili, le prospettive per i pazienti con RCC avanzato rimangono scarse e meno del 10% dei pazienti è ancora vivo a 5 anni dalla diagnosi. Servono quindi nuove opzioni terapeutiche. Avelumab è un anticorpo monoclonale diretto contro la proteina PD-L1 (ligando della proteina PD-1), mentre axitinib è un TKI, classe di farmaci che rappresenta il pilastro di questo tipo di trattamento.

"I TKI e gli inibitori dei checkpoint immunitari come avelumab potrebbero avere un funzioni immunomodulanti, che, se combinate, possono fornire benefici clinici nei pazienti con carcinoma a cellule renali avanzato che superano gli effetti dei rispettivi farmaci in monoterapia, senza compromettere la tossicità" ha spiegato Motzer.

Lo studio JAVELIN Renal 101, un trial multicentrico randomizzato, ha coinvolto 886 pazienti affetti da cancro al rene che appartenevano a tutte le categorie di rischio - basso, intermedio e alto – secondo la classificazione MSKCC (Memorial Sloan Kettering Cancer Center/Motzer), trattati coi farmaci in studio come prima linea di trattamento.

Avelumab è stato somministrato a 442 pazienti alla dose di 10 mg/kg per via endovenosa ogni 2 settimane in combinazione con axitinib 5 mg per via orale due volte al giorno. Il 444 pazienti del gruppo di confronto, invece, sono stati trattati con sunitinib 50 mg per via orale una volta al giorno per 4 settimane, seguite da 2 settimane di riposo (4/2).

Gli endpoint primari erano la PFS nei pazienti PD-L1-positivi (fino a 30 mesi) e la sopravvivenza globale nei pazienti con PD-L1+ fino a 5 anni.

Gli eventi avversi di grado 3 o superiore comparsi durante il trattamento hanno avuto un’incidenza del 71,2% nei pazienti trattati con la combinazione contro il 71,5% in quelli trattati con sunitinib e hanno portato alla sospensione del farmaco, rispettivamente nel 22,8% e 13,4% dei pazienti.

Thomas Powles, consulente oncologo del Barts Health NHS Trust, Londra, Regno Unito, ha così commentato i risultati. “I risultati sono accattivanti. I tassi di risposta sono doppi rispetto a quelli ottenuti con i precedenti standard di cura e la sopravvivenza libera da progressione sta entrando in un territorio molto importante per uno studio randomizzato. Questo approccio prevede la somministrazione delle combinazioni degli agenti più attivi, quindi non si sa se questo si tradurrà in un segnale di sopravvivenza altrettanto impressionante, come si è visto con altre combinazioni di immunoterapici".