Carcinoma della vescica, "incoraggianti" i dati con l'anti PD-L1 atezolizumab

Sono "incoraggianti" i dati di efficacia per il farmaco sperimentale atezolizumab quando utilizzato per la cura del carcinoma uroteliale. Li definisce così in un comunicato la casa farmaceutica svizzera Roche. Atezolizumab appartiene alla nuovissima classe dei farmaci immunoterapici e in particolare ha come bersaglio la proteina PD-L1 che si trova sulla superficie delle cellule cancerose.

Sono “incoraggianti”  i dati di efficacia per il farmaco sperimentale atezolizumab quando utilizzato per la cura del carcinoma uroteliale. Li definisce così in un comunicato la casa farmaceutica svizzera Roche.

Atezolizumab appartiene alla nuovissima classe dei farmaci immunoterapici e in particolare ha come bersaglio la proteina PD-L1 che si trova sulla superficie delle cellule cancerose.

In uno studio di fase II, denominato IMvigor 210, condotto in pazienti con carcinoma uroteliale localmente avanzato o metastatico, i pazienti trattati con atezolizumab hanno mostrato una sopravvivenza globale mediana di 11,4 mesi (sottogruppo con livelli più elevati di espressione del PD-L1) e di 7,9 mesi nella popolazione generale dello studio.
I dati presentati adesso da Roche costituiscono un aggiornamento rispetto a quanto era stato diffuso in occasione del recente European Cancer Congress (Vienna, settembre 2014).

Lo studio ha dimostrato che l'84 per cento delle persone che hanno risposto ad atezolizumab ha continuato a rispondere indipendentemente dallo status PD-L1 quando i risultati sono stati valutati con un follow-up mediano di 11,7 mesi.
La terapia è stata ben tollerata e gli eventi avversi sono stati in linea con quelli osservati in precedenti aggiornamenti, ha detto.

Roche prevede di presentare i dati presto alle autorità sanitarie e la Food and Drug Administration secondo l’iter previsto dalla “breakthrough therapy designation”, una definizione prevista per accelerare lo sviluppo e la revisione dei medicinali che possono dimostrare un miglioramento sostanziale rispetto alle terapie esistenti per le malattie gravi.

Informazioni sullo studio IMvigor 210
IMvigor 210 è uno studio multicentrico, a singolo braccio, in aperto, di fase II, che ha valutato la sicurezza e l'efficacia di atezolizumab nei pazienti affetti da carcinoma uroteliale localmente avanzato o metastatico, indipendentemente dall'espressione di PD-L1. I pazienti arruolati nello studio sono stati suddivisi in due coorti. La coorte 1 era costituita da pazienti che non avevano ricevuto precedenti terapie per il carcinoma uroteliale della vescica localmente avanzato o metastatico, ma che erano ineleggibili per la terapia di prima linea a base di cisplatino; i risultati di questa coorte non sono tuttavia ancora maturi. La coorte 2, i cui risultati sono stati annunciati al congresso ECC 2015, includeva pazienti la cui malattia era progredita durante o in seguito al trattamento con un regime di chemioterapia a base di platino (seconda linea o successive). Ai pazienti è stata somministrata una dose endovenosa di 1200 mg di atezolizumab il primo giorno di ciascun ciclo (cicli di 21 giorni)  fino alla progressione della malattia (Coorte 1) o alla perdita del beneficio clinico (Coorte 2).

Informazioni su atezolizumab
Noto anche con la sigla MPDL3280A,  atezolizumab è un anticorpo monoclonale che attacca il checkpoint immunitario PD-1/PD-L1, utilizzato da molti tumori per respingere gli attacchi da parte delle cellule T killer.

In condizioni normali, le cellule tumorali mutate sarebbero attaccate dal sistema immunitario, che le riconoscerebbe come estranee all'organismo. Tuttavia c’è una proteina, laPD-L1 (ligando della proteina PD-1) che posta sulla superficie delle cellule cancerose consente ai tumori di sfuggire all’identificazione e al successivo attacco del sistema immunitario, e quindi di continuare a crescere e proliferare inibendo l’attività dei linfociti.
In particolare, all’avvicinarsi di una cellula T killer (un globulo bianco specializzato) PD-L1 si lega a una proteina che funge da recettore, detta PD-1, presente sulla superficie delle cellule immunitarie, inibendo l’attività della cellula T killer.
Atezolizumab blocca il PD-L1, impedendogli di legarsi al PD-1 e mantenendo le cellule T killer attive.

Tumore della vescica
La vescica è l’organo che ha il compito di raccogliere l’urina filtrata dalle reni, prima di essere eliminata dal corpo. Il tumore della vescica consiste nella trasformazione in senso maligno delle cellule che ne rivestono la superficie interna. Secondo i dati dell’Associazione italiana registri tumori (Airtum), il tumore della vescica rappresenta il 7,4% di tutti i nuovi casi di neoplasia diagnosticati in Italia, con 27.000 nuovi casi attesi per il 2013 (22.000 tra gli uomini, 5.000 tra le donne). È più comune oltre i 50 anni e rappresenta il 3,6% del totale dei decessi oncologici. L’incidenza del tumore della vescica mostra stabilità nel tempo dalla seconda metà degli anni Novanta sia tra gli uomini sia tra le donne, al netto dell’effetto causato dall’invecchiamento progressivo della popolazione. L’80% degli uomini e delle donne che hanno contratto un tumore della vescica è ancora in vita a 5 anni dalla diagnosi, un dato molto importante. L’aumentata “aspettativa” di vita per questo tipo di tumore è una conseguenza della tendenza a diagnosticare le lesioni cancerose in uno stadio sempre più precoce e al miglioramento delle terapie disponibili.
Detto questo, occorre sapere che più del 90% dei tumori alla vescica è costituito dai carcinomi uroteliali, ossia patologie che interessano la via urinaria escretrice, dalla pelvi renale all’uretra. I problemi, per i medici, nascono purtroppo con la malattia avanzata.