Cediranib attivo nel sarcoma alveolare delle parti molli

Il trattamento con l'inibitore delle tirosin chinasi (TKI) del recettore del VEGF cediranib si è associato a una riduzione significativa della somma delle lesioni marker target rispetto al placebo in pazienti affetti da sarcoma alveolare delle parti molli. È questo il risultato principale dello studio di fase II CASPS, appena presentato al congresso annuale della Connective Tissue Oncology Society (CTOS).

Il trattamento con l’inibitore delle tirosin chinasi (TKI) del recettore del VEGF cediranib si è associato a una riduzione significativa della somma delle lesioni marker target rispetto al placebo in pazienti affetti da sarcoma alveolare delle parti molli. È questo il risultato principale dello studio di fase II CASPS, appena presentato al congresso annuale della Connective Tissue Oncology Society (CTOS).

I pazienti trattati con cediranib, evidenzia lo studio, hanno anche ottenuto risultati migliori in termini di sopravvivenza libera da progressione (PFS) e sopravvivenza globale (OS).
"Lo studio CASPS conferma l'attività significativa di cediranib contro il sarcoma alveolare delle parti molli" ha dichiarato Ian Judson, del Royal Marsden Hospital di Londra, presentando i risultati.

Il sarcoma alveolare delle parti molli, che rappresenta lo 0,5-1% dei sarcomi dei tessuti molli, si sviluppa spesso in soggetti giovani. La malattia, caratterizzata da periodi lunghi di latenza, una lenta progressione e regressione spontanea e stabilizzazione, spesso non risponde alla chemioterapia convenzionale.
Cediranib ha già dimostrato di essere attivo contro questo sottotipo di sarcoma in uno studio di fase II a singolo braccio.

Sulla base di questo presupposto, Judson e i colleghi hanno arruolato 48 pazienti (età mediana 31 anni; range interquartile: 27-45; per il 52,1% donne) di almeno 16 anni in 12 centri di Regno Unito, Spagna o Australia. I partecipanti avevano un performance status ECOG pari a 0 (52,1%) o 1 (45,8%).
Tutti i pazienti avevano una malattia confermata dall’istologia e progredita entro i 6 mesi precedenti la randomizzazione e una malattia metastatica misurabile in base ai criteri RECIST versione 1.1.

Le sedi più comuni della malattia primaria erano la coscia (41,7%) e il braccio (14,6%).
I ricercatori hanno escluso dall’arruolamento i pazienti con riserva midollare e funzionalità epatica, renale o cardiaca inadeguate. Altri criteri di esclusione erano una storia di altre neoplasie, una grave compromissione gastrointestinale, un’emorragia verificatasi entro le 4 settimane precedenti l’arruolamento, una trombosi nei 3 mesi precedenti o un’ipertensione mal controllata.

Ventuno pazienti (il 41,7%) erano stati trattati in precedenza con un TKI.
I ricercatori hanno assegnato casualmente i partecipanti in rapporto 2: 1 al trattamento con cediranib 30 mg al giorno o un placebo. Le visite di follow-up sono state fatte ogni 4 settimane e le valutazioni tumorali ogni 8 settimane. Il cieco è stato tolto dopo 24 settimane o prima se il paziente mostrava segni di progressione e i pazienti assegnati al placebo avevano la possibilità di passare al trattamento con cediranib.

L'endpoint primario dello studio era rappresentato dalla variazione percentuale della somma dei diametri delle lesioni marker target dalla randomizzazione alla 24a settimana o prima se il paziente era in progressione. Gli endpoint secondari comprendevano la PFS, l’OS, la sicurezza e la tollerabilità.

L'analisi dell'endpoint primario ha riguardato 28 pazienti assegnati a cediranib e 16 assegnati al placebo. I ricercatori hanno inoltre esaminato gli outcome di 42 pazienti (27 assegnati a cediranib e 15 assegnati al placebo) che non avevano fatto alcuna terapia precedente con cediranib.

Lo studio ha centrato il suo endpoint primario; infatti, la variazione mediana della somma delle lesioni marker target è risultata significativamente maggiore con cediranib rispetto al placebo sia nell’intera popolazione (-8,3% contro 13,4%, P = 0,0013) sia in quella naïve a cediranib (-4,4% contro 14,4%; P = 0,0026).

Una valutazione delle migliori risposte alla 24ma settimana o al momento della progressione ha mostrato che sei pazienti, tutti assegnati a cediranib, avevano ottenuto una risposta parziale. La durata mediana della risposta è stata superiore a 26 mesi e tre pazienti non erano ancora progrediti al momento dell'analisi.

In tutto, 31 pazienti, di cui 19 trattati con cediranib e 12 con il placebo, hanno mostrato una stabilizzazione della malattia. Sette pazienti, di cui tre trattati con cediranib e quattro controlli, hanno mostrato, invece, segni di progressione.

I pazienti trattati con cediranib hanno mostrato, inoltre, una PFS mediana più lunga (10,8 mesi contro 3,7 mesi; HR 0,58; IC al 90% 0,33-1,03) e una PFS a 12 mesi più alta (47,7% contro 22,5%) rispetto ai controlli. L’OS non è stata raggiunta (HR per cediranib rispetto al placebo 0,66; IC al 95% 0,25-1,75), ma l’OS a 12 mesi è risultata più alta nel gruppo trattato con cediranib (93,6% contro 66%), nonostante i pazienti assegnati al placebo potessero passare al trattamento con il TKI al momento della progressione.

Gli eventi avversi più comuni di qualsiasi grado sono stati diarrea (90,3% con cediranib contro 37,5% con il placebo), ipertensione (rispettivamente 83,9% contro 56,3%), affaticamento (54,8% contro 37,5%), nausea (38,7% contro 18,8 %) e dispnea (35,5% contro 18,8%).

Gli eventi avversi più comuni di grado 3 o superiore sono stati ipertensione (19,4% contro 0%), aumento dei livelli della GGT (6,5% contro 6,3%), diarrea (6,5% contro 0%), astenia (3,2% contro 0) e spossatezza (3,2% contro 0%).
Judson ha riferito che gli effetti collaterali sono stati generalmente gestibili con riduzioni del dosaggio e la somministrazione di antipertensivi.

I, Judson, et al. CTOS 2017; abstract 2774046