Uno studio appena presentato al congresso dell’ International Association for the Study of Lung Cancer ha evidenziato come nei pazienti con tumore al polmone non a piccole cellule (Nsclc) caratterizzato da iperespressione del recettore del fattore di crescita epidermico (EGFR, Epidermal Growth Factor Receptor),  coloro che sono stati trattati con cetuximab hanno avuto un miglioramento della sopravvivenza di 2,4 mesi rispetto ai controlli.

I nuovi dati provengono da un’analisi dello studio FLEX che aveva incluso un subset di pazienti con elevate espressione dell’EGFR. Nella popolazione  affetta da questo tipo di tumore questa iper espressione si verifica nel 25% dei soggetti.

Lo studio ha dimostrato che i pazienti che oltre alla classica chemioterapia hanno ricevuto anche cetuximab hanno avuto una sopravvivenza di 12 mesi verso i 9,6 mesi dei controlli trattati con la sola chemioterapia. Al contrario, nei pazienti con ridotta espressione EGFR non vi sono stati benefici clinici a seguito dell’aggiunta di cetuximab.

Lo scorso mese di marzo, Merck KGaA ha depositato all’Ema la domanda di estensione delle indicazioni per comprendere anche i pazienti con NSCLC con elevata espressione EGFR. Nel 2009, l’agenzia europea aveva dato parere negativa alla richiesta di indicazione per i pazienti con NSCLC, senza distinzione per l’espressione EGFR.

In Europa, il tumore al polmone è quello che causa il maggior numero di decessi, determinando il 20% di tutte le morti per tumore (il 28% fra gli uomini e il 10% fra le donne). In particolare, il NSCLC costituisce circa l’80% di tutti i casi di tumore al polmone. Alla diagnosi, la maggior parte dei pazienti colpiti da NSCLC presenta uno stadio avanzato della malattia, non operabile (detta anche “non resecabile”), e con prognosi infausta. Il NSCLC rimane una patologia difficile da curare, per la quale esistono pochissimi trattamenti innovativi ed efficaci che sono stati individuati nel corso degli ultimi 10 anni. Nel tumore al polmone il tasso di sopravvivenza a 5 anni è del 10%, rispetto all’81% nel melanoma e al 75% nei tumori al seno.

Elisa Spelta
Medical Writer