Chemioterapico in nanoparticelle anti-linfoma promettente per preservare la fertilità

Oncologia-Ematologia
Usando le nanoparticelle come ‘cavalli di Troia’, un gruppo di ricercatori del Robert H. Lurie Comprehensive Cancer Center della Northwestern University di Chicago, ha progettato e testato in laboratorio un modo per veicolare il triossido di arsenico, un potente chemioterapico utilizzato per il trattamento delle neoplasie ematologiche, più delicato sulle ovaie rispetto alla formulazione tradizionale. La speranza è che la nuova nanoformulazione possa preservare la fertilità delle donne sottoposte a terapie antitumorali.


Il team ha anche sviluppato un test per valutare rapidamente l’effetto sulla funzionalità ovarica dei nuovi chemioterapici e di quelli già esistenti, che permetterà ai medici e alle loro pazienti di prendere decisioni terapeutiche che possano minimizzare i danni alle ovaie e quindi aumentare le chance della donna di avere figli in futuro.


Il lavoro è stato da poco pubblicato sulla rivista PLOS ONE.


I progressi nelle terapie anticancro hanno migliorato le percentuali di sopravvivenza dei pazienti oncologici giovani; tuttavia, le donne (specie quelle colpite da linfoma) spesso vanno incontro a una perdita temporanea o permanente della fertilità dopo aver fatto la chemioterapia tradizionale.


Questa potenziale perdita di fertilità costituisce una preoccupazione importante che può influire sulle decisioni terapeutiche per molte donne colpite da un tumore prima della menopausa. Perciò, gli effetti dei chemioterapici e dei protocolli di trattamento sulla fertilità della donna, indicati nell’insieme come fertotossicità, rappresentano un tema sempre più importante per le pazienti che sopravvivono a un tumore. Attualmente, tuttavia, le sperimentazioni sugli effetti degli antitumorali sulla fertilità sono lunghe e costose.


“Il nostro obiettivo complessivo è creare farmaci intelligenti che possano curare il cancro, ma non provochino sterilità nelle giovani donne” afferma l’autrice senior dello studio, Teresa Woodruff, in una nota.


"Molti farmaci antitumorali causano sterilità, ecco perché è molto importante concentrarsi sull’apparato riproduttore quando si sviluppano nuovi chemioterapici. Altri sistemi corporei recuperano meglio quando si finisce la terapia, ma la fertilità non si può recuperare" aggiunge il secondo autore principale dello studio Thomas O'Halloran, direttore del Chemistry of Life Processes Institute della Northwestern University, nonché marito della Woodruff.


Per raggiungere quest’obiettivo, i due autori e il loro team hanno racchiuso il triossido di arsenico in un ‘nanocontenitore’, contenente nanocristalli di arsenico impacchettati strettamente in una capsula lipidica, una sorta di ‘cavallo di Troia’ che sembra un normale liposoma, ma in realtà contiene mezzo milione di molecole di farmaco.


I liposomi sono centinaia di volte più piccoli di una cellula umana di medie dimensioni e passano facilmente attraverso i fori presenti nella parete dei vasi sanguigni tumorali. Un'altra caratteristica sfruttata dai ricercatori a proprio vantaggio è che il tessuto tumorale ha un pH leggermente più basso rispetto a quello sano, il che favorisce il rilascio del farmaco nella sede giusta.


Innanzitutto, i ricercatori hanno dimostrato in un modello murino di linfoma che la nanoformulazione di triossido di arsenico non solo funziona, ma ha un attività antitumorale significativamente superiore rispetto a quella del farmaco tradizionale. Una delle ragioni per cui il team ha scelto di testare il nuovo farmaco su questa neoplasia è che linfoma di Hodgkin e linfoma di Burkitt hanno un’alta prevalenza nelle pazienti in età riproduttiva.


Inoltre, con il nuovo test di tossicità da essi messo a punto, hanno potuto dimostrare che la nuova formulazione, oltre ad aver avuto l'effetto desiderato sulle cellule tumorali, è ‘fertoprotettiva’, cioè molto meno dannosa di quella tradizionale per la funzionalità ovarica. La minore tossicità, spiegano gli autori, è legata al fatto che il farmaco incapsulato non è bioattivo finché non viene rilasciato, il che accade nell’arco di 48 ore.


Il triossido di arsenico è già approvato per il trattamento della leucemia e di altre neoplasie ematologiche nell’uomo, ma secondo O'Halloran nella sua nanoformulazione potrebbe essere anche utilizzato per trattare tumori solidi, come il cancro al seno. Il suo gruppo ha già pubblicato uno studio che mostra come la nanoformulazione possa ridurre la crescita tumorale nel cancro al seno triplo negativo, che spesso risponde poco alla chemioterapia tradizionale e ha una prognosi spesso infausta.


R.W. Ahn, et al. Nano-Encapsulation of Arsenic Trioxide Enhances Efficacy against Murine Lymphoma Model while Minimizing Its Impact on Ovarian Reserve In Vitro and In Vivo. PLoS ONE 8(3): e58491; doi:10.1371/journal.pone.0058491.
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Alessandra Terzaghi