I pazienti colpiti da tumore al polmone con metastasi ossee trattati con denosumab hanno mostrato una sopravvivenza globale maggiore rispetto a quelli trattati con acido zoledronico in uno studio randomizzato di fase III appena presentato alla terza European Lung Cancer Conference (ELCC) a Ginevra.

L’obiettivo dello studio, coordinato da Giorgio Scagliotti, dell’Università di Torino, era verificare quale tra i due agenti fosse in grado di prevenire più efficacemente la comparsa di fratture patologiche, compressione midollare, ipercalcemia, invasione con soppressione midollare e altri effetti sistemici (gli eventi definiti in letteratura come Skeletal Related Events, SRE, conseguenza delle metastasi ossee) in pazienti con diversi tipi di cancro al polmone e metastasi ossee da tumori solidi, esclusi quelli alla mammella e alla prostata, o con mieloma multiplo.

Per questo, il gruppo italiano ha arruolato 811 pazienti e ne ha trattati una parte con un’iniezione sottocutanea mensile di denosumab 120 mg e una parte con un’iniezione endovenosa di acido zoledronico 4 mg (dose aggiustata per la funzione renale). Inoltre, ai partecipanti era raccomandata l’assunzione giornaliera di calcio e vitamina D.

Dei pazienti, 702 avevano un cancro al polmone non a piccole cellule (NSCLC) e 109 un cancro al polmone a piccole cellule (SCLC). La maggior parte dei pazienti era di sesso maschile (71%) e di razza caucasica (88%) e l’età media era di 61 anni.

La maggior parte dei pazienti (89%) in ciascun braccio di trattamento aveva già fatto una chemioterapia di prima linea e l'85% di quelli del gruppo denosumab e l’80% di quelli del gruppo acido zoledronico avevano un Eastern Cooperative Oncology Group (ECOG) status pari a 0 o 1.

La sopravvivenza globale è stata superiore nei pazienti trattati con denosumab rispetto ai pazienti trattati con acido zoledronico: 8,9 mesi contro 7,7 mesi; (P = 0,01). Inoltre, l’anticorpo è risultato superiore al bifosfonato in tutti i sottotipi di cancro.

Dei 702 pazienti con NSCLC, la sopravvivenza globale è stata di 9,5 mesi nel gruppo denosumab contro 8,1 mesi nel gruppo acido zoledronico (P = 0,01); in quelli con carcinoma a cellule squamose, di 8,6 mesi nel gruppo denosumab contro 6,4 mesi nel gruppo acido zoledronico (P = 0,035), mentre in quelli con adenocarcinoma rispettivamente 9,6 mesi contro 8,2 mesi (P = 0,075).

I 109 pazienti con SCLC sono quelli che hanno ottenuto il minimo beneficio dal trattamento con entrambi i farmaci, tanto che la sopravvivenza globale è stata di 7,6 mesi con denosumab e 5,1 mesi con acido zoledronico (P = 0,36).

L’aver già fatto una chemioterapia di prima linea e lo status ECOG non hanno mostrato di influire sui risultati di sopravvivenza globale nei diversi gruppi.

L’incidenza degli eventi avversi è risultata abbastanza simile per i due farmaci: 96,8% nel gruppo denosumab contro 95,4% nel gruppo acido zoledronico, tuttavia la frequenza degli eventi avversi gravi è stata inferiore nei pazienti trattati con l’anticorpo monoclonale rispetto a quelli trattati con il bifosfonato: rispettivamente 66,0% contro 72,9%. L'incidenza di osteonecrosi della mandibola è stata identica nei due gruppi, in ciascuno dei quali 3 pazienti hanno sviluppato questo effetto avverso, ma l’ipocalcemia è risultata più frequente nei pazienti trattati con denosumab (8,6 contro 3,8%).

Scagliotti ha sottolineato che l’endpoint effettivo di questo studio era il tempo di comparsa del primo SRE. L’analisi della sopravvivenza globale non era stata pianificata ma è stata fatta perché nel corso dello studio i ricercatori hanno visto emergere un effetto significativo su questo outcome da parte di denosumab . Naturalmente, ha confermato l’autore italiano, sono ora necessari ulteriori studi per confermare questi risultati e definire con certezza l’effetto di denosumab sulla sopravvivenza globale.

V. Scagliotti, et al. Effect of Denosumab Versus Zoledronic Acid on Overall Survival in Patients With Lung Cancer and Bone Metastases: Results From a Randomized Phase 3 Study. ELCC 2012, abstract 168O.