DISARMM 2026, il mieloma multiplo entra in una nuova fase, tra risposte sempre più profonde e durature e cure personalizzate
La sesta edizione del convegno DISARMM di Sanofi, svoltasi a Torino a inizio 2026, ha messo in evidenza come il trattamento del mieloma multiplo stia attraversando una fase di profonda trasformazione. Il meeting, un appuntamento annuale che è diventato punto di riferimento per la comunità ematologica italiana, ha messo in evidenza un cambiamento che riguarda non solo l’efficacia delle terapie, ma anche l’organizzazione delle cure, il ruolo dei caregiver, la sostenibilità dei percorsi assistenziali e la qualità di vita dei pazienti.
Particolare attenzione è stata dedicata ai pazienti non eleggibili al trapianto autologo di cellule staminali, una popolazione numerosa ed eterogenea, spesso caratterizzata da età avanzata, comorbidità e fragilità funzionale. Per questi pazienti, fino a pochi anni fa, l’obiettivo principale era il contenimento della malattia. Oggi, grazie a nuove strategie terapeutiche, si punta sempre più spesso a risposte profonde e durature, e alla negativizzazione della malattia minima residua (MRD).
«Oggi non possiamo più parlare di mieloma solo in termini di trattamento. Contano l’innovazione, la traslazione dalla ricerca alla clinica, la sostenibilità e il coinvolgimento dei caregiver, che sono parte integrante del percorso di cura», ha affermato Maria Teresa Petrucci, Dirigente Medico di Ematologia presso l’AOU Policlinico Umberto I di Roma.
Un evento orientato al futuro
Fin dall’apertura dei lavori, è emersa la volontà di leggere il mieloma in “chiave moderna”, superando una visione esclusivamente farmacologica. DISARMM si è confermato come uno spazio di confronto multidisciplinare, in cui clinici, ricercatori e operatori sanitari hanno discusso non solo di nuovi farmaci, ma anche di modelli assistenziali.
«Negli ultimi anni abbiamo imparato a superare continuamente i nostri limiti. Ogni nuova acquisizione ci porta oltre il confine precedente e ci impone di rivedere i nostri obiettivi terapeutici», ha spiegato Francesco Di Raimondo, Professore Ordinario di Ematologia presso l’Università degli Studi di Catania e Direttore dell'UOC di Ematologia dell'AOU Policlinico di Catania.
Accanto all’entusiasmo per i progressi nelle cure, non è mancato un richiamo alla prudenza scientifica. «Siamo sicuramente sulla strada giusta, ma dobbiamo evitare facili entusiasmi. Le certezze assolute non ci sono ancora, anche se le prospettive sono molto più solide rispetto al passato», ha aggiunto Benedetto Bruno, Professore Ordinario di Ematologia presso l’Università degli Studi di Torino e Direttore della SC di Ematologia Universitaria dell’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino - Presidio Molinette.
IMROZ e la svolta delle quadruplette
Il cuore scientifico dell’edizione 2026 è stata una discussione a più voci sullo studio IMROZ, lo studio registrativo di fase 3 nel quale è stata valutata una strategia di induzione basata su una quadrupletta comprendente l’anticorpo monoclonale anti-CD38 di seconda generazione isatuximab più la tripletta bortezomib-lenalidomide-desametasone (IsaVRd), seguita da un mantenimento con isatuximab più lenalidomide e desametasone (IsaRd), in pazienti con mieloma multiplo di nuova diagnosi dai 18 agli 80 anni, non eleggibili al trapianto autologo di cellule staminali.
Il trial ha coinvolto quasi 450 pazienti arruolati in 104 centri di 21 Paesi, fra cui l’Italia, e ha fornito dati che stanno già influenzando la pratica clinica. «IMROZ ha dimostrato che anche nei pazienti non candidabili al trapianto è possibile ottenere risposte molto profonde, con una riduzione significativa del rischio di progressione e percentuali di MRD negativa paragonabili a quelle dei pazienti trapiantati», ha spiegato Sara Bringhen, Direttrice della SC di Ematologia presso l’AO S. Croce e Carle di Cuneo.
Nell’analisi primaria dello studio, con un follow-up mediano di 59,7 mesi, nella popolazione Intention-To-Treat (ITT) l'aggiunta di isatuximab alla tripletta VRd ha dimostrato di ridurre del 40% il rischio di progressione della malattia o di decesso (HR 0,60; IC al 95% 0,41-0,88; P = 0,0005) rispetto al trattamento con la sola tripletta standard VRd, con una mediana di sopravvivenza libera da progressione (PFS) non raggiunta nel braccio Isa-VRd (NR; IC al 95% NR-NR) e pari, invece, a 54,3 mesi nel braccio VRd (IC al 95% 45,2-NR).
Inoltre, i dati hanno mostrato una persistenza della negatività della MRD fino a 2 anni in una quota di pazienti rilevante e quasi tre volte superiore rispetto a quanto osservato con la sola tripletta VRd (35,8% contro 13,3%).
«Questi dati ci stanno portando a ripensare il ruolo del trapianto. In alcuni pazienti borderline per età e rischio, oggi possiamo valutare strategie alternative, senza penalizzare l’efficacia del trattamento», ha sottolineato Bringhen.
Resta, tuttavia, la necessità di un follow-up più lungo per valutare l’impatto sulla sopravvivenza globale (OS). «Abbiamo bisogno di osservazioni ancora più estese nel tempo, per capire quanto siano davvero durature queste risposte e se il vantaggio (della quadrupletta IsaVRd, ndr) si traduca in un beneficio definitivo sulla sopravvivenza», ha aggiunto l’esperta.
Il ruolo centrale degli anticorpi anti-CD38
Un altro tema chiave del meeting DISARMM è stato l’evoluzione dell’impiego degli anticorpi monoclonali anti-CD38, in particolare isatuximab. Da farmaci inizialmente riservati alle recidive, sono oggi protagonisti delle terapie di prima linea.
«Siamo passati da un utilizzo tardivo nelle fasi avanzate a un impiego precoce, già alla diagnosi. Questo ci consente di essere più ambiziosi anche nei pazienti non trapiantabili», ha spiegato Claudio Cerchione, della SSD Ematologia e Trapianti CSE dell'Istituto Romagnolo per lo Studio dei Tumori IRCCS-IRST 'Dino Amadori' di Meldola (FC), e coordinatore del Programma Mieloma Multiplo della Romagna.
L’obiettivo non è più soltanto prolungare la sopravvivenza, ma migliorare in modo sostanziale anche la qualità di vita. «Puntiamo alla MRD-negatività, a risposte di lunga durata e alla possibilità per il paziente di tornare a una vita il più possibile normale», ha aggiunto l’esperto.
Parallelamente, sono in fase di sviluppo nuove modalità di somministrazione sottocutanea e dispositivi che semplificano il trattamento, riducendo l’impatto sulla quotidianità.
Le nuove linee guida europee e la personalizzazione della terapia
Ampio spazio durante la discussione è stato dato anche alle nuove linee guida europee sulla diagnosi, il trattamento e il follow-up dei pazienti con mieloma multiplo pubblicate nel 2025, che hanno recepito i dati ottenuti con le quadruplette come opzione di riferimento in prima linea nei pazienti selezionati.
«Le nuove raccomandazioni segnano un cambiamento profondo. Introducono terapie più potenti in prima linea, ma sottolineano anche l’importanza di scegliere in base al profilo del paziente», ha spiegato Alessandra Larocca, Professoressa Associata di Ematologia presso l’Università degli Studi di Torino, AOU Città della Salute e della Scienza di Torino.
La valutazione della fragilità diventa centrale, attraverso strumenti dedicati e monitoraggi nel tempo. «La fragilità non è statica. Può migliorare o peggiorare durante il trattamento. Per questo dobbiamo personalizzare continuamente le strategie, adattandole all’evoluzione del paziente», ha precisato Larocca.
Anche la qualità della risposta viene riletta in chiave individuale. «La profondità di risposta è un obiettivo prioritario nei pazienti più fit, mentre nei più fragili dobbiamo sempre bilanciare benefici e rischi per preservare la qualità di vita», ha aggiunto.
Superare i confini: MRD, genomica e medicina ‘risk-adapted’
Negli ultimi decenni, il mieloma è passato dall’essere considerato una malattia sostanzialmente inguaribile a una patologia cronica ad alta controllabilità. Oggi, grazie al ruolo crescente attribuito alla negativizzazione della MRD, alla genomica e all’imaging avanzato, si apre una nuova fase.
«Siamo passati dal puntare al semplice contenimento della malattia a cercare di ottenere la remissione completa e poi a raggiugere l’MRD-negatività. È il risultato di un percorso fatto di trapianto, nuovi farmaci, anticorpi, cellule CAR-T e terapie bispecifiche», ha sottolineato Elena Zamagni, Professoressa Associata di Ematologia presso l'Istituto di Ematologia 'L. e A. Seragnoli' dell'IRCCS AOU S. Orsola Malpighi di Bologna.
La possibilità di ‘fotografare’ il paziente in modo sempre più preciso consente di scegliere terapie adattate in base al profilo di rischio del paziente. «Dobbiamo evitare sia il sottotrattamento sia il sovratrattamento. La terapia va modulata sulla biologia della malattia e sulla risposta nel tempo, non solo sull’età», ha spiegato la Professoressa.
Anche per i pazienti anziani, questo approccio apre prospettive inedite. «Oggi possiamo ottenere un’MRD negativa anche senza trapianto. Questo rappresenta una vera opportunità per il paziente non eleggibile», ha aggiunto Zamagni.
Fragilità, infezioni e supporto familiare
La gestione del paziente non candidabile al trapianto autologo richiede un’attenzione particolare agli aspetti clinici e sociali. «Questi pazienti sono estremamente eterogenei. Le comorbidità cardiache, polmonari o renali influenzano la tollerabilità delle cure e vanno considerate fin dall’inizio», ha spiegato Annamaria Cafro, Dirigente Medico di Ematologia presso l’AO Ospedale Niguarda Ca’ Granda di Milano.
La terapia deve essere ‘cucita su misura’, modulando dosi e tempi. «Adattare il trattamento è fondamentale per garantirne la continuità e ridurre le interruzioni, senza compromettere l’efficacia», ha aggiunto l’esperta.
Un ruolo decisivo è svolto dal contesto familiare. «Il rischio infettivo e il supporto dei caregiver condizionano fortemente l’aderenza alle cure. Senza una rete familiare e territoriale è difficile mantenere la continuità terapeutica», ha sottolineato Renato Zambello, Professore Associato di Ematologia presso l’Università degli Studi di Padova.
Organizzazione, PDTA e assistenza integrata
L’innovazione terapeutica richiede anche un’evoluzione parallela dei modelli organizzativi. «I PDTA devono essere costantemente aggiornati. Tecniche come la valutazione della MRD e l’imaging whole-body sono ormai parte integrante dello standard di cura», ha evidenziato Pellegrino Musto, Professore Ordinario di Ematologia presso l’Università degli Studi ‘A. Moro’ Bari eDirettore dell’UOC di Ematologia con Trapianto del Policlinico di Bari.
Anche la diagnosi precoce resta una sfida. «Non esiste uno screening vero e proprio per il mieloma, ma dobbiamo rafforzare i percorsi condivisi con i medici di base per intercettare le fasi iniziali», ha spiegato Francesca Patriarca, Professoressa Associata di Ematologia presso l’Università degli Studi di Udine e Responsabile del Centro Trapianti e Terapie Cellulari della Clinica Ematologica AOU S. Maria di Udine.
Sul piano clinico, i risultati dello studio IMROZ rappresentano un nuovo riferimento. Tuttavia, ha osservato Musto, «La selezione del paziente e l’aggiustamento delle dosi sono fondamentali per ottenere nella pratica clinica gli stessi risultati dei trial».
E sul futuro, l’attenzione si sposta anche sull’assistenza. «Accanto ai farmaci, dobbiamo investire sull’assistenza infermieristica, psicologica e sociale, perché la compliance è parte integrante del successo terapeutico», ha concluso Patriarca.
Verso una nuova idea di cura
DISARMM 2026 ha restituito l’immagine di una gestione dei pazienti con mieloma multiplo in profonda evoluzione. Le quadruplette, l’impiego precoce degli anticorpi monoclonali, la misurazione sistematica della MRD e l’integrazione tra ospedale e territorio stanno ridefinendo gli obiettivi della terapia.
L’ambizione non è più soltanto prolungare la sopravvivenza, ma aumentare il numero di pazienti che raggiungono risposte profonde, stabili e durature, mantenendo una buona qualità di vita. In questo contesto, la parola ‘guarigione’ va usata ancora con molta cautela, ma non è più un tabù: è diventata un orizzonte possibile, almeno per una quota crescente di pazienti.
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