Il 5% degli italiani vive oggi con una diagnosi di tumore. Sono oltre il doppio rispetto a 22 anni fa, in aumento costante (+3% l’anno). E almeno 1 milione e 800mila persone possono affermare di avere sconfitto la malattia. Si tratta di un vero e proprio esercito di cittadini che avanza diritti che spaziano dal ritorno al lavoro, all’accesso ai mutui bancari al desiderio di diventare genitori.
Il cancro sta diventando sempre più una malattia cronica con cui è possibile convivere a lungo o guarire: il 57% dei pazienti infatti ha ricevuto la diagnosi da oltre cinque anni, la soglia che tecnicamente equivale alla vittoria sulla malattia.
L’aumento della sopravvivenza è oggi possibile anche grazie a una nuova arma, l’immunoterapia che stimola il sistema immunitario a combattere il tumore. “I passi in avanti della ricerca ci pongono di fronte a un radicale cambiamento della relazione con il paziente - afferma il prof. Francesco Cognetti, Presidente della Fondazione ‘Insieme contro il Cancro’ nel convegno nazionale ‘Le nuove frontiere della terapia. Il ruolo degli oncologi, delle Istituzioni, dei media per garantire appropriatezza e diritti dei pazienti’, che si svolge oggi alla Camera dei Deputati-.
L’immunoterapia permette di sbloccare il freno che le cellule tumorali pongono al nostro sistema immunitario. E per i pazienti è più facile capire che il tumore non viene curato da una molecola esterna ma grazie al sistema immunitario. Va però denunciata l’arretratezza in cui versa il nostro Paese: in Italia, infatti, la comunicazione non fa ancora parte della preparazione professionale degli oncologi. I dati della letteratura internazionale dimostrano che una comunicazione efficace aumenta la soddisfazione e l’adesione alle terapie del malato oncologico, aiuta a prevenirne il ‘burn out’, cioè il logorio psicofisico dei clinici e a ridurre le controversie medico legali.
È una vera e propria risorsa per il sistema sanitario in grado di garantire risparmi nel lungo periodo: in questo modo inoltre l’assistenza costerà meno”. Lo scorso anno, con il libro “Il male incurabile” presentato in occasione del suo primo compleanno, la Fondazione ha voluto capire come i media trattano l’argomento ‘cancro’ e come deve essere oggi una corretta comunicazione ai cittadini su questo tema.
Per celebrare il secondo anno di attività, la Fondazione affronta un altro tema cruciale: le potenzialità offerte dalle nuove terapie e il loro impatto nel rapporto medico-paziente. “Uno dei punti dolenti dell’oncologia italiana – spiega il prof. Giorgio Scagliotti, Direttore del Dipartimento di Oncologia all’Università di Torino - è la formazione dei futuri medici a una corretta comunicazione con il paziente.
Nel nostro Paese, infatti, i giovani concludono il proprio iter tra Università e Specializzazione senza aver frequentato corsi, seminari o approfondimenti su questo aspetto che oggi riveste sempre più importanza. Un problema molto diffuso e sentito: secondo un sondaggio condotto in tre oncologie di riferimento, circa il 60% dei clinici ritiene la propria formazione universitaria su questo punto poco adeguata (e un ulteriore 10% per nulla adeguata). Solo il 30% degli oncologi ha avuto la possibilità di seguire corsi dedicati al tema e, di questi, solo la metà li ha effettivamente frequentati.
In generale, in Italia il rapporto con il paziente è costruito più in base a caratteristiche personali e alla propria esperienza che non su competenze strutturate”. Nel 2014 nel nostro Paese sono stati registrati 365.500 nuovi casi di tumore (circa 1000 al giorno), di cui 196.100 (54%) negli uomini e 169.400 (46%) nelle donne. L’immunoterapia ha dimostrato ottimi risultati nel melanoma in fase avanzata che presentava percentuali di sopravvivenza di appena sei mesi, con un tasso di mortalità a un anno del 75%. Oggi il 20% dei pazienti trattati con ipilimumab è vivo a 10 anni dalla diagnosi. E si stanno ottenendo ottimi risultati anche nel tumore del polmone metastatico dove per la prima volta è possibile parlare di pazienti vivi a tre anni.
“La comunicazione medico-paziente influisce sulla cosiddetta ‘compliance’. Un tempo si parlava di aderenza al farmaco – sottolinea il prof. Sergio Pecorelli, presidente Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) -, oggi, in modo più appropriato, l’attenzione è rivolta all’aderenza alla terapia perché la malattia, soprattutto nel caso dei tumori, raramente richiede soltanto un intervento farmacologico. Migliorare questo aspetto è un impegno nel quale tutti devono sentirsi coinvolti, dalle Istituzioni, ai clinici, alle associazioni dei pazienti, alle aziende farmaceutiche. E non va mai sottovalutato il ruolo della prevenzione, che consente di salvare milioni di vite con conseguenti importanti risparmi per il servizio sanitario nazionale”.
Nel nostro Paese il prezzo medio dei trattamenti anticancro è fra i più bassi in Europa grazie ai sistemi di rimborso concordati con l’AIFA, anche se resta il punto critico rappresentato dai tempi di latenza nell’accesso ai nuovi farmaci. Come evidenziato da un’indagine condotta da Farmindustria, su un totale di 54 terapie approvate dall’agenzia regolatoria europea (EMA) tra gennaio 2010 e settembre 2012, 46 sono entrate in Germania, 39 nel Regno Unito, 22 in Francia, 21 in Spagna e solo 14 in Italia.
“Nel nostro Paese – continua il prof. Cognetti - servono circa due anni complessivamente dopo l’approvazione dell’EMA perché un farmaco arrivi sul mercato. In media trascorrono 12/15 mesi per ottenere l’autorizzazione nazionale a cui vanno aggiunti altri 12 mesi per l’inserimento nei prontuari terapeutici regionali ed altri 60 giorni perché raggiunga il paziente. Inoltre non viene valutato nella tempistica di registrazione il differente valore e rimborso di ciascun farmaco. L’innovazione in oncologia dovrebbe garantire tre elementi essenziali: disponibilità, accessibilità e appropriatezza. Sicuramente la riorganizzazione dell’AIFA che prevede un incremento del personale favorirà un’accelerazione dell’iter di approvazione”.

“È necessario utilizzare tutti gli strumenti in grado di limitare gli sprechi - conclude il prof. Cognetti -. Il tetto della spesa farmaceutica territoriale è stato ridotto e portato all’11,35% del Fondo sanitario nazionale, il tetto di quella ospedaliera è giunto al 3,5%. Esistono tuttavia altri margini per ridurre ulteriormente le inefficienze, puntando sul concreto sostegno alle best practices e premiando chi le realizza. È interesse di tutti, cittadini, industria, clinici, enti regolatori, pazienti, spendere al meglio le risorse a disposizione”.