Emofilia A, efficacia e sicurezza degli agenti bypassanti. Il primo compie 40 anni.

L'emofilia una malattia genetica rara potenzialmente invalidante per la quale, a tutt'oggi, non ancora disponibile una cura definitiva. Il 30% dei pazienti sviluppa inibitori verso i quali si pu agire con una terapia a base di agenti bypassanti. Il primo di questi agenti compie 40 anni ed ancora un farmaco utilizzato in tutto il mondo, l'unico con l'indicazione per la profilassi. Se ne parlato a Napoli durante la XVI edizione della triennale AICE-Fedemo nel corso di un simposio realizzato con il supporto non condizionante dell'azienda Shire.

L'emofilia è una malattia genetica rara potenzialmente invalidante per la quale, a tutt'oggi, non è ancora disponibile una cura definitiva. Il 30% dei pazienti sviluppa inibitori verso i quali si può agire con una terapia a base di agenti bypassanti. Il primo di questi agenti compie 40 anni ed è ancora un farmaco utilizzato in tutto il mondo, l’unico con l’indicazione per la profilassi. Se ne è parlato a Napoli durante la XVI edizione della triennale AICE-Fedemo nel corso di un simposio realizzato con il supporto non condizionante dell’azienda Shire.

L’emofilia A con inibitore è una malattia caratterizzata da un susseguirsi di emorragie articolari e muscolari che a lungo andare sono causa di artropatia invalidanti.

Non essendo possibile somministrare direttamente il fattore carente, è necessario ricorrere ai cosiddetti agenti bypassanti, il concentrato di complesso protrombinico attivato (APCC) o il fattore VII ricombinante attivato (rFVIIa). Questi prodotti bypassano, infatti il blocco da parte dell’inibitore del fattore VIII esogeno, attivando altri meccanismi, complementari. I due prodotti disponibili si sono dimostrati entrambi efficaci nel trattamento di questi pazienti.

La somministrazione di fattori bypassanti può avvenire attraverso due modalità, al bisogno o in profilassi. Al bisogno, la terapia è somministrata solo quando si verifica un evento traumatico o spontaneo che lo richiede; in questo modo si agisce sull’emorragia arrestandola e limitandone i danni .

In profilassi, la terapia è somministrata in modo continuo e regolare per prevenire l'insorgenza delle emorragie e del danno articolare.

La profilassi è però l'unica modalità terapeutica, come mostrato da 40 anni di studi, in grado di prevenire le gravi complicanze da artropatia cronica. Attraverso la profilassi è possibile prevenire le gravi alterazioni dell'equilibrio muscolo-scheletrico, principale causa di morbidità ed invalidità nell'emofilico adulto e causa di notevole compromissione della qualità della vita.

Fu Inga Marie Nilsson negli anni 70 ad avviare la profilassi come strategia di cura dell’emofilia.
Oggi anche per la profilassi dell’emofilia si va verso una terapia personalizzata in cui dosi e frequenza delle infusioni vanno selezionate in base allo specifico paziente, alla sua farmacocinetica e al fenotipo per minimizzare le quantità di concentrato.

Diversi lavori pubblicati negli anni hanno mostrato come il primo fattore VIII bypassante abbia significativamente ridotto gli episodi emorragici e gli emartri sia episodici che spontanei e post traumatici portando a miglioramenti nella qualità della vita.

Ad oggi solo un agente bypassante è approvato per l’utilizzo in profilassi (aPCC). Diversi lavori pubblicati negli anni hanno mostrato come l’aPCC abbia significativamente ridotto gli episodi emorragici e gli emartri sia episodici che spontanei e post traumatici portando a miglioramenti nella qualità della vita.

Come illustrato durante il simposio da Alessandro Gringeri, direttore medico emofilia di Shire, ci sono sette miti sull’efficacia e la sicurezza degli agenti bypassanti.
Sull’efficacia si dice che aPCC sia scarsamente efficace nel controllare episodi di sanguinamento acuto, che la chirurgia con aPCC sia ad alto rischio di sanguinamento e che la profilassi con aPCC sia scarsamente efficace nel ridurre la frequenza del sanguinamento.
Per quanto concerne la sicurezza altro mito è che aPCC sia sempre/spesso causa di un aumento del livello di inibitore e che i livelli di inibitori diminuiscano l'efficacia di aPCC. Ultimo mito è che l’aPCC sia trombogenico.

A smontare questi miti ci sono prove scientifiche concrete come una recente revisione della letteratura dei casi trattati con rFVIIa (the FEIBA NovoSeven Comparative FENOC Study) che ha dimostrato un’efficacia complessiva dell’ 88%, con risultati migliori quando il prodotto è stato utilizzato in prima linea (fino al 100%), piuttosto che come terapia di salvataggio.

Questo studio mostra come il 95% degli eventi emorragici articolari venga controllato a 24 ore attraverso aPCC, efficace nel 75% degli episodi emorragici articolari già dopo 2 ore.
Analogamente lo studio SURF in chirurgia ha mostrato l’efficacia nel ridurre i sanguinamenti e il Feiba Global Outcome Study (FEIBA-GO) ha mostrato l’efficacia in profilassi nel ridurre la frequenza dei sanguinamenti.

Inoltre, dalla pratica clinica di 40 anni di esperienza sono stati riportati meno dello 0.005% di eventi tromboembolici spontanei.
«Questo farmaco è ancora attuale e ha contribuito moltissimo a migliorare la vita dei pazienti allungandone la vita media»-ha dichiarato Angiola Rocino, Responsabile Centro Emofilia e Trombosi, Ospedale San Giovanni Bosco di Napoli- «e probabilmente sarà ancora attuale e lo sarà anche nei prossimi anni».

In conclusione, lo sviluppo di inibitore resta ancora oggi il problema più grave e importante nel trattamento dei pazienti con emofilia in circa il 30% dei pazienti, gli agenti bypassanti sono una risposta al trattamento di questi soggetti.

«Il primo fattore bypassante, il prodotto più largamente registrati per la profilassi dei pazienti emofilici, praticamente in quasi tutto il mondo, compie quarant’anni»-ha dichiarato Gringeri- «e ha mostrato di avere grande efficacia e sicurezza. Il fatto che questo prodotto da 40 anni venga largamente utilizzato in tutto il mondo è una dimostrazione che funziona e che è sicuro altrimenti sarebbe stato sostituito già da tempo con altri prodotti».