Il trattamento di profilassi con un nuovo fattore IX della coagulazione ricombinante a lunga durata d'azione, che permette di ridurre la frequenza delle infusioni, si è dimostrato sicuro ed efficace nel prevenire e ridurre gli eventi emorragici nei pazienti con emofilia B nello studio pivotal B-LONG, appena pubblicato sul New England Journal of Medicine.

La profilassi con gli altri fattori attualmente disponibili richiede come minimo due infusioni alla settimana, il che può avere un impatto pesante sulla vita dei pazienti e limitare l’adozione di questo tipo di terapia. Il prodotto utilizzato nello studio (rFIXFc, sviluppato da Biogen Idec in collaborazione con la svedese Sobi) è, invece, un farmaco a lunga emivita, che consente una sola infusione settimanale (o anche meno).

In particolare rFIXFc è una versione ricombinante del fattore IX della coagulazione costituita da una proteina di fusione formata da una singola molecola di fattore IX legata covalentemente al dominio Fc dell’immunoglobulina umana IgG1 e disegnata in modo da restare nel torrente ematico più a lungo rispetto ai fattori della coagulazione attualmente disponibili.

Sicurezza, efficacia e farmacocinetica del nuovo fattore IX sono state valutate nello studio B-LONG, ora uscito sul Nejm e parte integrante del dossier registrativo del farmaco, già al vaglio della autorità regolatorie negli Stati Uniti e in Canada, Australia e Giappone.

Lo studio è un trial di fase III non randomizzato e in aperto, al quale hanno preso parte 123 pazienti di sesso maschile ai di sopra dei 12 anni con emofilia B grave, già trattati in precedenza.

I partecipanti sono stati divisi in quattro gruppi: il primo è stato sottoposto a una profilassi con un’infusione alla settimana, aggiustando la dose (50 UI/kg di peso corporeo come dose di partenza), il secondo a una profilassi nella quale si è aggiustata la frequenza delle infusioni (100 UI/kg di peso corporeo ogni 10 giorni per iniziare), il terzo è stato trattato con il farmaco al bisogno in caso di episodi di sanguinamento (a un dosaggio compreso tra 20 e 100 UI/kg di peso corporeo) e il quarto è stato trattato prima, durante e dopo un intervento chirurgico. Alcuni pazienti del primo gruppo sono stati anche sottoposti a valutazioni farmacocinetiche di confronto tra rFIXFc e un fattore IX già approvato (BeneFIX, di Pfizer).

Le analisi farmacocinetiche, innanzitutto, hanno confermato un prolungamento notevole dell’emivita del farmaco in studio, che è risultata di circa 82 ore contro le 34 ore del fattore di confronto (P < 0,001).

I tassi annuali di sanguinamento nel primo, secondo e terzo gruppo sono risultati rispettivamente pari a 3,0, 1,4 e 17,7. Dunque, i pazienti del primo gruppo, sottoposti alla profilassi, hanno ottenuto una riduzione dell'83% del tasso annuale di sanguinamento rispetto a quelli del terzo gruppo, trattati solo al bisogno, in caso di emorragia.

Inoltre, nel secondo gruppo, il 53,8% dei pazienti, negli ultimi 3 mesi dello studio, ha potuto fare le infusioni ogni 14 giorni o anche meno frequentemente.

Su un totale di 636 episodi emorragici verificatisi durante il trial, nel 90,4% dei casi è stata sufficiente una singola iniezione per risolvere gli episodi emorragici e nel  97,3% ne sono servite al massimo due.

Nei 14 interventi chirurgici (tra cui cinque artroplastiche del ginocchio) a cui sono stati sottoposti i 12 pazienti del quarto gruppo, la risposta emostatica nel periodo perioperatorio è stata valutata da chirurghi e ricercatori come ‘eccellente’ in 13 casi e ‘buona’ in uno.

Infine, molto importante, il prodotto in studio non si è associato alla formazione di inibitori, cioè anticorpi neutralizzanti diretti contro il farmaco, in nessuno dei pazienti trattati con questo fattore della coagulazione.

Nei primi tre gruppi, il 73,9% dei pazienti ha manifestato almeno un evento avverso, mentre gli eventi avversi gravi hanno avuto una frequenza del 10,9%, ma tali eventi pero lo più sono risultati in linea con quelli attesi nella popolazione generale dei pazienti con emofilia B.

Craig M. Kessler, direttore dell’Hemophilia and Thrombophilia Treatment Center della Georgetown University di Washington, non coinvolto nello studio B-LONG ha detto in un’intervista che “questo prodotto sta per ridisegnare lo scenario della terapia dell'emofilia B” e che, grazie alla lunga emivita, permetterà di fare la differenza nel trattamento dei pazienti gravi.

Particolarmente interessante, secondo l’esperto, è la aver sviluppato un trattamento che permetterebbe alla maggior parte dei pazienti di essere sottoposta a un regime di profilassi, adeguato per evitare i sanguinamenti articolari.

Per Kessler, inoltre, il risultato dello studio è così importante e significativo che annullerà l' urgenza di trovare una terapia genica per l’emofilia B, ma lo specialista ha sottolineato che il nuovo farmaco potrebbe non essere necessario per tutti i pazienti.

Un grosso punto interrogativo, ha ricordato lo specialista, riguarda il costo e, in particolare, il rapporto costo-beneficio, non ancora studiato. In ultima analisi, ha detto Keller, “l’accettazione o meno di questo prodotto finirà per dipendere dal prezzo”.

J.S. Powell, et al. Phase 3 Study of Recombinant Factor IX Fc Fusion Protein in Hemophilia B. New Engl. J Med. 2013;369:2313-2323. Doi 10.1056/NEJMoa1305074.
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Alessandra Terzaghi