Nei pazienti con epatite B cronica (HBV), un trattamento prolungato con entecavir riduce in modo significativo il rischio di cancro al fegato e l’effetto del farmaco è maggiore nei pazienti più ad alto rischio. È questa la conclusione di uno studio retrospettivo giapponese appena presentato al congresso dell’American Association for the Study of Liver Diseases, a Boston.


In una coorte di pazienti trattati con l’antivirale, un analogo nucleosidico inibitore della trascrittasi inversa, l'incidenza cumulativa di carcinoma epatocellulare dopo 5 anni di follow-up è stata del 3,7%, mentre in un gruppo di controllo non trattato con analoghi nucleosidici è stata quasi quattro volte superiore e pari al 13,7%.


La differenza tra i due gruppi è stata determinata quasi interamente dai pazienti con cirrosi, nei quali l’incidenza cumulativa a 5 anni di tumore al fegato è stata solo del 7% tra i pazienti in trattamento con entecavir contro il 38,9% nei controlli.


Nei pazienti non cirrotici, invece, l’incidenza cumulativa è stata rispettivamente del 2,5% e 3,5%, ma la differenza tra i due gruppi non è risultata statisticamente significativa.


In sostanza, ha detto il primo autore dello studio Tetsuya Hosaka, del Toranomon Hospital di Tokyo, entecavir "salva" i pazienti cirrotici, riportando il loro rischio di cancro a un livello simile a quello dei pazienti che non hanno sviluppato la cirrosi.


Il ricercatore ha spiegato che anche altri farmaci della stessa classe, ma più vecchi, in particolare lamivudina, hanno dimostrato di ridurre l'incidenza di carcinoma epatocellulare tra i pazienti con HBV cronica. Ma con lamivudina si sviluppa rapidamente resistenza, che rende difficile un trattamento prolungato col farmaco. Al contrario, ha riferito Osaka, mutazioni di resistenza a entecavir sono apparse in appena lo 0,8% dei pazienti e in nessuno di quelli che hanno sviluppato il tumore.


Per il loro studio, Hosaka e i suo colleghi hanno arruolato dal 2004 fino al 2010, un gruppo di 472 pazienti consecutivi con HBV trattati con entecavir e li hanno confrontati con un gruppo di controllo storico di 1568 pazienti trattato tra il 1973 e il 1999, prima dell'approvazione degli analoghi nucleosidici.


Analizzando i dati, gli autori hanno scoperto che i fattori che influenzano l'incidenza del cancro a 5 anni sono, oltre al trattamento con entecavir (HR 0,37; IC al 95% 0,15-0,91; P = 0,03), l’età (HR per anno 1,06; IC al 95% 1,03-1,09; P < 0,001), una cirrosi preesistente (HR 4,28; IC al 95% 1,88-9,73; P = 0,013), la presenza dell'antigene HBV e (HR 2m26; IC al 95% 1,88-4,34; P = 0,014) e una conta piastrinica inferiore a 1,5 x 105 per millimetro cubo (HR 5,64; IC al 95% 2,13-15; P = 0,001).


Secondo Robert Perrillo, della Baylor University di Dallas, non coinvolto nello studio, i risultati non sono sorprendenti, ma suffragano ulteriormente la crescente convinzione clinica che il trattamento dell'epatite B possa prevenire il carcinoma epatico.


L’esperto ha fatto notare che studi fatti in precedenza con altri farmaci della stessa classe, quali ad esempio lo studio REVEAL-HBV su lamivudina, hanno dimostrato che il trattamento riduce la progressione clinica, le complicanze e il cancro.


Le ragioni principali per cui il trattamento può aiutare a prevenire il cancro sono due, ha spiegato Perrillo. In primo luogo, la terapia abbassa i livelli di HBV DNA. Poiché il virus integra il suo DNA nelle cellule dell’ospite, ridurne il livello può aiutare a prevenire l’attivazione di un oncogene.


In secondo luogo, ci sono prove che il trattamento arresti l’avanzata della cirrosi, che ha in sé una forte componente rigenerativa. La rigenerazione cirrotica, che implica un gran numero di divisioni cellulari, aumenta la probabilità di mutazioni cellulari che possono portare al cancro. Agire sulla cirrosi significa dunque anche ridurre il rischio di carcinoma epatico.


T. Hosaka, et al. Long-term entecavir treatment reduces hepatocellular carcinoma incidence in patients with chronic hepatitis B. AASLD 2012.