Negli adulti con infezione da virus dell'epatite C (HCV), l'uso di statine è associato a una riduzione significativa del rischio di carcinoma epatocellulare (HCC), stando ai risultati di un ampio studio osservazionale di ricercatori taiwanesi, appena pubblicato sul Journal of Clinical Oncology.

Gli autori, guidati da Yu-Tse Tsan, MD, della National Taiwan University di Taipei, concludono che l’'uso delle statine è una strategia adiuvante conveniente e accettabile per prevenire l’HCC nei pazienti con infezione da HCV, che, com’è noto, aumenta da 15 a 20 volte il rischio di sviluppare un tumore al fegato.

Vari studi hanno già evidenziato che le statine possono avere effetti protettivi contro il cancro, ma finora nessuno aveva valutato i loro effetti nei pazienti con epatite C cronica. Il lavoro del gruppo taiwanese, a detta degli autori, è il primo ampio studio di popolazione – oltre 260 mila i soggetti coinvolti - ad aver valutato l’associazione tra uso delle statine e rischio di HCC in questa popolazione di pazienti.

Studi precedenti sia osservazionali sia randomizzati e controllati hanno dato risultati misti riguardo al possibile effetto protettivo delle statine nei confronti del carcinoma epatocellulare. Il lavoro appena pubblicato è il primo a documentare una relazione dose-risposta tra l'uso di questi ipolipemizzanti e il rischio di carcinoma epatocellulare nei pazienti con infezione da HCV, perché mostra che, nell’arco di 12 mesi, maggiore è stata l'assunzione quotidiana di statine, maggiore la riduzione osservata del rischio di cancro.

Rispetto a coloro che non prendevano le statine, per quelli che ne assumevano da 28 a 89 dosi definite giornaliere cumulative all’anno (cDDD) gli autori hanno calcolato un hazard ratio (HR) aggiustato pari a 0,66, per quelli che ne assumevano da 90 a 180 un HR pari a 0,47 e per quelli con più di 180 cDDD un HR pari a 0,33.

Per lo studio, gli autori hanno analizzato i dati relativi a 260.864 pazienti con infezione da HCV inseriti nel Taiwan National Health Insurance Research Database dall’1gennaio 1999 fino al 31 dicembre 2010. In questa coorte hanno identificato 27.883 casi di HCC nell’arco di un follow-up di 2.792.016,6 anni-persona. I casi di HCC sono stati 1378 tra i 35.023 utilizzatori delle statine e 26.505 nei 225.841 non utilizzatori.

In un editoriale di accompagnamento, Abby Siegel, del Columbia University Medical Center di New York applaude ai risultati definendoli "prove convincenti" di un’associazione tra uso di statine e riduzione significativa del rischio di HCC, ma, nello stesso tempo, afferma che è 'troppo presto per raccomandare un uso off-label delle statine per la prevenzione del carcinoma epatico, aggiungendo che occorre capire meglio in quale spettro delle malattia epatica questi farmaci possono funzionare meglio e quale sia la durata giusta del trattamento.

Secondo l’esperta, il contributo più significativo di questo studio potrebbe risiedere nella dimostrazione che le statine non sono tossiche nei soggetti affetti da epatite C. Infatti, nei pazienti della coorte taiwanese che prendevano le statine non si è osservato alcun aumento dell’epatotossicità e in coloro che le avevano assunte regolarmente per 90 giorni gli hazard ratio di miotossicità e danno epatico indotto da farmaci sono risultati non significativi (1,08 e 1,30, rispettivamente).

La Siegel è rimasta colpita da altri due aspetti dello studio: il primo è che i risultati sono specifici delle statine e non sono stati osservati con altri farmaci ipolipemizzanti; il secondo è il follow-up "relativamente lungo, poco più di 10 anni". Questo è importante, osserva l’editorialista, perché gli studi randomizzati e controllati non hanno mai evidenziato alcuna associazione tra uso di statine e riduzione del rischio di HCC nei pazienti con infezione da HCV. L'implicazione del suo commento è che, sebbene i trial controllati e randomizzati siano il gold standard della sperimentazione clinica, di solito non sono molto lunghi e quindi possono non riuscire a evidenziare un effetto del trattamento.

L’esperta solleva invece qualche perplessità riguardo al fatto che le differenze tra i non utilizzatori e gli utilizzatori delle statine si vedono così rapidamente (con appena 28-89cDDD) "che si potrebbe sospettare il coinvolgimento di altri fattori non biologici nell’effetto osservato di riduzione del rischio".

La Siegel conclude il suo commento dicendo che sono necessari studi clinici sulle statine in questo setting, ma sottolinea che trial del genere sarebbero costosi per via del gran numero di pazienti richiesto. Come possibile soluzione, propone l'uso di marker surrogati di capire meglio in quale punto esattamente del decorso dell’epatopatia (che conduce al cancro del fegato) abbiano effetto le statine.

Yu-Tse Tsan, et al. Statins and the Risk of Hepatocellular Carcinoma in Patients With Hepatitis C Virus Infection. J Clin Oncol. 2013;31:1514-21. Doi: 10.1200/JCO.2012.44.6831.
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Alessandra Terzaghi