I maggiori esperti internazionali e italiani sulle leucemie che si sono riuniti a Genova dal 12 al 14 febbraio in occasione del simposio “Stem Cells, Cancer, Immunology and Aging”, organizzato dall’Istituto Giannina Gaslini e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini.

Al centro del simposio nuove tecniche di terapia cellulare che si stanno dimostrando molto promettenti anche nei casi più severi di leucemia linfoblastica acuta. «Il mito della chimera, un animale mitologico in parte leone, in parte capra e in parte serpente rinasce per sconfiggere il più diffuso tumore infantile, la leucemia» annuncia Francesco Frassoni, Direttore del Centro Cellule Staminali e Terapia Cellulare dell’ Istituto Scientifico Giannina Gaslini di Genova.

«Questa chimera, in parte anticorpo e in parte recettore delle cellule T, nasce da una modificazione cellulare chiamata CAR (chimeric antigen receptor, cioè recettore antigene-specifico chimerico). Il metodo prevede di estrarre, con un prelievo di sangue, alcuni linfociti T del malato, cellule del sangue che hanno un ruolo chiave per l’azione del nostro sistema immunitario. In laboratorio ai linfociti T viene “aggiunto” un recettore, in grado di riconoscere la maggior parte delle cellule leucemiche, e un potente meccanismo posto all’interno del linfocita T, che lo stimola a espandersi e proliferare nel momento in cui si attacca alla proteina malata, dopo averla riconosciuta. A questo punto i linfociti T potenziati vengono re-iniettati nel paziente e sono in grado di cercare, trovare e distruggere le cellule cancerose».

Inizialmente la tecnica richiedeva una selezione manuale delle cellule T specifiche per il tumore prima di poterle moltiplicare in laboratorio e stimolarle con l’antigene tumorale. Ma il processo richiedeva ingenti risorse e troppo tempo. Per fortuna da anni ormai la tecnologia per la coltura cellulare consente di riprodurre in breve tempo una larga popolazione di cellule T, approssimativamente la massa di cellule presenti nel sistema immunologico umano. Ciò ha determinato la possibilità di realizzare terapie utilizzando cellule T in laboratori specialistici e in centri medici accademici di tutto il mondo.

Al congresso annuale dell’American Society of Hematology che si è svolto nel dicembre 2014 a San Francisco, è stato presentato uno studio condotto da ricercatori del Children's Hospital di Filadelfia e dall’Università della Pennsylvania. «Abbiamo illustrato i dati relativi all’utilizzo di cellule T CAR  in 39 bambini con leucemia linfoblastica acuta remittente e refrattaria ad altre terapie», spiega David Barrett, del Children's Hospital di Filadelfia e tra gli autori dello studio, intervenendo al convegno di Genova. «Dopo sei mesi di trattamento, il 70 per cento dei bambini risultava libero dalla malattia, con un totale del 92 per cento di risposta completa alla terapia. Soltanto per cinque bambini è stato necessario ricorrere a un successivo trattamento, e tre di essi sono stati sottoposti a un trapianto di cellule staminali». Un risultato sorprendente, dato che si trattava di pazienti con una prognosi decisamente negativa. Il trattamento con cellule T CAR potrebbe in futuro rappresentare la salvezza per quei pazienti che non guariscono dopo trattamenti precedenti a per i quali l’ultima opportunità resterebbe quella del trapianto di midollo.

Non va inoltre trascurato il profilo favorevole riguardo i minori effetti collaterali a lungo termine del trattamento con cellule T CAR, rispetto alla chemioterapia e alla radioterapia, che rappresentano il trattamento standard per molti casi di leucemia recidivante.

La ricerca dunque alimenta speranze per una sopravvivenza sempre più prolungata per i bambini colpiti da leucemia o da tumori in generale, sollevando però allo stesso tempo interrogativi riguardo le conseguenze a lungo termine delle attuali terapie. Ogni anno, in Italia, vengono diagnosticati circa 1.400 casi di tumore nei bambini (0-15 anni) e 800 casi negli adolescenti (15-19 anni). Nel corso degli anni si è osservato un progressivo aumento della sopravvivenza: la probabilità di guarigione negli anni Novanta era tra il 50% e il 60%, attualmente è intorno all’80%. Oggi un giovane su 800 all’età di 20 anni è guarito da neoplasia diagnosticata e trattata nell’infanzia e si calcola che 25.000 persone, l’1,2‰ di giovani italiani fino a 33 anni, abbia avuto una diagnosi di tumore in età infantile. «Un altro dato indicativo: negli Stati Uniti è stato calcolato che nel 2020 una persona su 600 nell’età compresa tra i 30 e i cinquant’anni sarà una persona guarita da un tumore pediatrico. L’incremento delle possibilità di guarigione aumenta fra i guariti la probabilità di osservare effetti tossici tardivi: sia la radioterapia che la chemioterapia possono determinare un danno sulla componente endocrina e germinale di testicolo ed ovaio, provocando la sterilità, con implicazioni significative sulla qualità di vita dell’individuo. È dunque fondamentale preoccuparsi di cosa succederà dopo» avverte Frassoni .