I pazienti con glioblastoma ricorrente che hanno manifestato ipertensione indotta da bevacizumab hanno mostrato un prolungamento sia della sopravvivenza globale (OS) sia della sopravvivenza libera da progressione (PFS) in uno studio recente pubblicato sulla rivista Cancer.

Pertanto, secondo gli autori, i risultati suggeriscono che l’ipertensione indotta da bevacizumab potrebbe essere un indicatore dell’outcome in questa popolazione di pazienti.

L’autore senior dello studio, Hui-Kuo G. Shu, del Winship Cancer Institute della Emory University di Atlanta, ha spiegato in un’intervista che l’ipertensione come marker di risposta agli inibitori dell'angiogenesi, tra cui appunto bevacizumab, in diversi tipi di tumori solidi è un argomento molto dibattuto.

"Tuttavia, finora non cerano dati disponibili che indicassero se questo fattore è predittivo di risposta alla terapia antiangiogenica nel glioblastoma. Dato che bevacizumab è sempre più utilizzato nei pazienti con glioblastomi ricorrenti, volevamo trovare biomarcatori predittivi di risposta tumorale a bevacizumab e abbiamo deciso di cercarli nella nostra coorte di pazienti della Emory University".

Shu e i colleghi hanno quindi analizzato i dati di 82 pazienti trattati con bevacizumab tra il 2007 e il 2012. L'età media della popolazione era di 57 anni e il follow-up è stato di 19,7 mesi.

Nel complesso, 30 pazienti (il 37%) hanno sviluppato ipertensione indotta da bevacizumab nell’arco di una mediana di 21 giorni di trattamento. La maggioranza di questi pazienti (il 57%) aveva un’ipertensione di grado 2 e il 43% un’ipertensione di grado 3.

I pazienti che hanno sviluppato ipertensione indotta da bevacizumab hanno mostrato una PFS mediana di 6,7 mesi, valore significativamente superiore rispetto alla PFS mediana di 2,5 mesi osservata nella coorte dei pazienti normotesi (P < 0,001).

Anche l’OS mediana è stata significativamente più lunga tra i pazienti che hanno sviluppato ipertensione rispetto a coloro che non hanno mostrato tale evento avverso (11,7 mesi contro 4,9; P < 0,001).

Nell’analisi multivariata l’ipertensione indotta da farmaci è risultata significativamente associata a una riduzione del rischio di progressione (HR 0,23; IC al 95% 0,13-0,41) e di decesso (HR 0,25; IC al 95% 0,15-0,44).

"Dato che l’ipertensione si è dimostrata un fattore prognostico nei pazienti con glioblastoma ricorrente trattati con bevacizumab, suggeriamo di cercare di mantenere i pazienti in terapia con questo farmaco, anche se sviluppano ipertensione come effetto collaterale" ha detto Shu nell’intervista.

L’autore ha aggiunto che in questa situazione bisognerebbe mettere in campo una gestione aggressiva della pressione arteriosa in modo da poter mantenere i pazienti in trattamento con un farmaco potenzialmente efficace. Tuttavia, ha sottolineato l’oncologo, sono necessari ulteriori studi su quest’associazione.

Shu e il suo team stanno ora cercando di identificare i marcatori genetici associati allo sviluppo dell’ipertensione indotta da bevacizumab, nella convinzione che questi biomarker genetici possano in ultima analisi risultare superiori ai biomarker fenotipici quali l’ipertensione".

J. Zhong, et al. Bevacizumab-induced hypertension is a predictive marker for improved outcomes in patients with recurrent glioblastoma treated with bevacizumab. Cancer 2014; doi:10.1002/cncr.29234.
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