Oncologia-Ematologia

HIV, raltegravir scelta migliore per i pazienti colpiti da tumori

L' inibitore dell'integrasi raltegravir (Isentress) potrebbe essere una scelta ottimale per molti pazienti sieropositivi colpiti anche da un cancro e che perciò devono fare la chemioterapia, in quanto è molto efficace e ben tollerato in questa popolazione. A suggerirlo è una ricerca presentata in occasione della Interscience Conference on Antimicrobial Agents and Chemotherapy (ICAAC), terminata da poco a Denver.


Ci sono sempre più evidenze che le persone contagiate dal virus HIV hanno anche un rischio più elevato rispetto alla popolazione generale di sviluppare diversi tumori maligni correlati all’AIDS (come il sarcoma di Kaposi e i linfomi) e non. Ciononostante, a 30 anni di distanza dallo scoppio dell’epidemia, gli approcci per il trattamento del cancro in questa popolazione sono stati poco studiati, così come non si sa ancora quale sia il regime antiretrovirale ottimale per i pazienti sieropositivi che hanno un tumore.


Per far luce sulla questione, un gruppo di ricercatori guidato da Harry Torres, dell’MD Anderson Cancer Center di Houston, ha condotto un'analisi retrospettiva valutando l’efficacia di diversi regimi antiretrovirali assunti dai pazienti adulti sieropositivi (naïve e non) colpiti da qualunque tipo di cancro e in cura presso l’ospedale americano.


Lo studio, che a detta degli autori rappresenta l’analisi più ampia mai effettuata sull'efficacia della terapia antiretrovirale (ART) nei pazienti sieropositivi sottoposti a chemioterapia, è partito dall’esame delle cartelle cliniche di 154 pazienti sieropositivi e affetti da un tumore afferiti al centro nel periodo tra il gennaio 2001 e il dicembre 2012.


La maggior parte dei partecipanti allo studio (l’80%) erano uomini e circa la metà erano bianchi. I ricercatori hanno incluso nell’analisi solo i pazienti che hanno fatto i controlli periodici programmati (almeno due visite nell’arco di 6 mesi).


Il tipo più comune di tumore sono risultate le neoplasie ematologiche (58% dei casi) e, di queste, la più comune era il linfoma non-Hodgkin. Tra i 64 pazienti con tumori solidi, la maggior parte aveva un cancro gastrointestinale (31% dei casi).


Tutti i partecipanti sono stati trattati come regime di fondo con inibitori nucleosidici della trascrittasi inversa (NRTI), a cui sono stati aggiunti nel 37% dei casi un inibitore della proteasi (IP), nel 32% inibitori non nucleosidici della trascrittasi inversa (NNRTI), nel 19% un inibitore dell'integrasi (cioè raltegravir, unico approvato della classe nel periodo considerato nello studio) e nell’11% dei casi una combinazione di questi agenti.


I regimi sono stati approntati da oncologi, farmacisti e infettivologi in modo da ridurre al minimo le interazioni tra farmaci. L’efficacia è stata definita come l’assenza di fallimento virologico (cioè un livello di HIV RNA > 200 copie/ml per 6 mesi o più) o di rebound virologico (> 200 copie/ml dopo la soppressione virale).


Raltegravir è risultato l’antiretrovirale più usato tra i pazienti con neoplasie ematologiche e in quelli che prendevano steroidi ad alto dosaggio e farmaci anti-tumorali specifici, tra cui gli inibitori delle topoisomeras , agenti alchilanti e antimetaboliti. Invece, non si sono trovate differenze significative nell’uso delle diverse classi di antiretrovirali nei pazienti in trattamento con altre terapie antitumorali, tra cui agenti citotossici, alcaloidi della vinca, anticorpi anti-tumorali, corticosteroidi o radioterapia .


L’efficacia antiretrovirale a 6 mesi è risultata simile con gli inibitori dell’integrasi (raltegravir) e gli NNRTI (rispettivamente 96 e 97%), ma in entrambi i casi significativamente superiore rispetto a quella osservata con gli inibitori delle proteasi (65%). 


Inoltre, in base alla' analisi multivariata, raltegravir ha mostrato una probabilità sei volte maggiore di essere efficace (cioè di aver portato alla soppressione virale) rispetto agli IP e gli NNRTI una probabilità nove volte superiore.


Gli effetti collaterali sono stati più di due volte più frequenti con gli inibitori della proteasi (35%) che non con gli NNRTI (14%), i quali a loro volta hanno causato più effetti avversi rispetto a raltegravir (3%) o alle combinazioni dei vari farmaci (6%). Analogamente, la mortalità è risultata significativamente più alta tra pazienti in trattamento con IP o NNRTI (rispettivamente 46 e 36%) rispetto a coloro che assumevano raltegravir (13%).


Inoltre, la sospensione della ART è stata meno comune tra i pazienti in terapia con raltegravir (7%) rispetto a quelli trattati con IP o NNRTI (rispettivamente 28 e 26%), mentre solo in soggetti trattati con IP sono state osservate interazioni clinicamente rilevanti.


Sulla base dei risultati ottenuti, gli autori concludono che i regimi a base di IP sono i "meno favorevoli" per i malati di cancro sieropositivi. I regimi a base di NNRTI e di raltegravir hanno mostrato un’efficacia comparabile, scrive il team di ricercatori, ma sulla base della sicurezza raltegravir sembra essere l’antiretrovirale di scelta per i pazienti sieropositivi con neoplasie ematologiche e quelli sottoposti a chemioterapia.


Torres e i suoi colleghi invitano, comunque, a interpretare con la dovuta cautela i loro risultati, data la natura retrospettiva del lavoro, e raccomandano di fare altri studi, di tipo prospettico, per definire ulteriormente i profili di tossicità nei soggetti sieropositivi oncologici sottoposti a chemioterapia e per comprendere meglio le interazioni tra i diversi regimi terapeutici assunti da questi pazienti.


H.A. Torres et al. Efficacy and safety of antiretrovirals in HIV-infected patients with cancer. ICAAC2013; abstract H-1255
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