Il rischio di sviluppare un carcinoma invasivo della mammella si riduce del 30-40% in donne in età post-menopausa che assumano bisfosfonati, farmaci in grado di preservare la massa ossea. A suggerirlo sono i risultati di due ampi studi di coorte: uno nell'ambito della Women's Health Initiative americana e uno israeliano. Dai due studi è emerso inoltre che le donne che assumono bisfosfonati tendono ad avere caratteristiche prognostiche più favorevoli in caso di malattia. Le due ricerche sono state pubblicate di recente sul Journal of Clinical Oncology.

"Si tratta di risultati con significative implicazioni in termini di salute pubblica, vista l'ampia e crescente diffusione dei bisfosfonati nella pratica clinica", ha dichiarato uno degli autori dello studio americano,  Rowan T. Chlebowski dell'Harbor-UCLA Medical Center di Torrance, in California. "Inoltre, l'utilità di questi farmaci come terapia adiuvante negli stadi precoci di tumore al seno è attualmente in corso di studio in diversi trial clinici, i cui esiti aiuteranno a chiarire meglio il significato clinico dei risultati ottenuti finora".
In passato, diversi dati avevano suggerito un possibile ruolo dei bisfosfonati nella riduzione della ricorrenza del cancro al seno. L'esistenza di alcuni fattori confondenti, in particolare il fatto che una bassa densità minerale ossea, principale indicazione per l'utilizzo dei bisfosfonati, è associata a un ridotto rischio di tumore al seno, hanno però scoraggiato valutazioni più accurate del potenziale di chemioprevenzione di questo farmaci in precedenti studi osservazionali.

La Women Health Initiative (WHI), tuttavia, ha offerto la possibilità di correggere per questi fattori confondenti. Delle oltre 154.000 partecipanti ai diversi studi clinici afferenti alla WHI, 2816 stavano assumendo bisfosfonati. Dopo un follow-up medio di 7,8 anni, chi usava questi farmaci ha mostrato un'incidenza di carcinoma invasivo della mammella significativamente più bassa (il 32% in meno) rispetto a che non li stava usando. In particolare, l'incidenza è risultata inferiore del 30% nel caso di tumori positivi ai recettori per gli estrogeni (ER-positivi) e del 34% nel caso di tumori ER-negativi. Le utilizzatrici di bisfosfonato, tuttavia, avevano una più elevata incidenza di carcinoma duttale in situ.
Lo studio israeliano ha coinvolto circa 4000 donne in età post-menopausa, tra pazienti e controlli, identificate sulla base di registri farmaceutici. In questo campione si è osservata una riduzione del 39% del rischio di tumore invasivo della mammella in chi aveva assunto un bisfosfonato per almeno un anno (nessun effetto, invece, per periodi di assunzione inferiori). Dopo aver aggiustato per ulteriori fattori, l'uso dei bisfosfonati per almeno un anno è risultato ridurre il rischio di cancro al seno del 28%. In contrasto con quanto osservato nello studio WHI, quello israeliano ha trovato un numero significativamente più alto di tumori ER-positivi tra le utilizzatrici di bisfosfonati.
"La riduzione statisticamente significativa del rischio di cancro alla mammella associata all'uso di bisfosfonati è molto interessante, perché suggerisce che i cambiamenti al microambiente tumorale indotti da questi farmaci possano essere sfruttati per prevenire il tumore", ha affermato Michael Gnant, dell'Università di Vienna, in un editoriale di commento ai due articoli. "Tuttavia, i risultati devono essere accolti con cautela. In assenza di uno studio randomizzato prospettico, questa rimane per ora solo un'ipotesi di lavoro e non è sufficiente per dare indiczioni di pratica clinica".
Chlebowski RT, et al "Oral bisphosphonate use and breast cancer incidence in postmenopausal women" Journal of Clinical Oncology  2010; DOI: 10.1200/JCO.2010.28.2095    leggi l'articolo

Rennart G, et al "Use of bisphosphonates and risk of postmenopausal breast cancer" J Clin Oncol 2010; DOI: 10.1200/JCO.2010.28.1113
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