Immunoterapia sicura anche nei pazienti con cancro e infezione da Hiv. #ESMO18

L'avvento dell'immunoterapia ha rappresentato una svolta importante nel trattamento dei tumori, e oggi ci sono diversi farmaci approvati per un numero sempre crescente di neoplasie. Ma questo approccio, che stimola il sistema immunitario a combattere il tumore, è sicuro anche nei pazienti oncologici infettati dal virus HIV (sieropositivi)?

L’avvento dell’immunoterapia ha rappresentato una svolta importante nel trattamento dei tumori, e oggi ci sono diversi farmaci approvati per un numero sempre crescente di neoplasie. Ma questo approccio, che stimola il sistema immunitario a combattere il tumore, è sicuro anche nei pazienti oncologici infettati dal virus HIV (sieropositivi)?

Si tratta, infatti, di soggetti particolari, il cui sistema immunitario è messo a dura prova dal virus e che vengono sottoposti al trattamento con farmaci antiretrovirali, i quali agiscono sempre sulle difese immunitarie.

Un nuovo studio presentato al meeting annuale della European Society for Medical Oncology (ESMO), a Monaco di Baviera, ha dimostrato che l’utilizzo di farmaci immunoterapici inibitori del checkpoint immunitario PD-1/PD-L1 in concomitanza con le terapie antiretrovirali può essere un’opzione terapeutica sicura e praticabile per i pazienti con infezione da HIV.

Ad oggi, circa 2 milioni di persone convivono con l'HIV in Europa. Questi pazienti sono a più alto rischio di sviluppare tumori, sia le forme correlate al virus (per esempio il sarcoma di Kaposi) sia altri tipi di cancro, come quello ai polmoni, anale, della pelle, della testa e del collo, con una probabilità da due a tre volte più elevata rispetto alla popolazione generale.

Lo studio presentato a Monaco è particolarmente importante perché, solitamente, i pazienti sieropositivi sono esclusi dalle sperimentazioni per l’alto rischio di complicanze.

Studio retrospettivo francese sul database CANCERVIH
Il lavoro è uno studio retrospettivo condotto con l’inibitore di PD-1 nivolumab su 20 pazienti sieropositivi individuati nel database CANCERVIH del French national network.

«L’obiettivo dello studio era di esaminare una coorte di pazienti HIV-positivi trattati con l’immunoterapia e sottoposti in concomitanza a un attento monitoraggio della carica virale e della conta dei linfociti CD4» ha spiegato Aurelien Gobert, del Groupe Hospitalier Pitié Salpêtrière di Parigi, presentando lo studio.

«La carica virale è la quantità di virus presente nel sangue e i linfociti CD4 sono le cellule del sistema immunitario prese di mira dall’HIV. Entrambi i dati sono indicatori della misura in cui una persona è colpita dal virus: pazienti trattati correttamente con terapia antiretrovirale tipicamente hanno una conta linfocitaria di 350-500/mm3 e una carica virale che non è rilevabile» ha aggiunto l’autore.

I dati presentati al congresso dimostrano che gli inibitori di PD-1 e PD-L-1 sono sicuri per chi convive con l’HIV. Ciò significa che tali trattamenti non entrano in conflitto con le terapie antiretrovirali, non riattivano il virus e non indeboliscono le difese immunitarie.
Per analizzare l’impatto dell’immunoterapia sull’infezione e sull’efficacia dei farmaci antiretrovirali, Gobert i suoi colleghi hanno analizzato nel loro campione la conta dei linfociti CD4, la carica virale e la tollerabilità del trattamento.

Dei pazienti valutati, il 5% era affetto da melanoma metastatico e il 95% da carcinoma polmonare metastatico non a piccole cellule. Al momento della diagnosi, la conta media dei linfociti era pari a 338,5/mm3, la carica virale non era misurabile in 17 pazienti, era ridotta in due casi e sconosciuta in un altro caso. Tutti i pazienti erano stati trattati con l’anti PD-1 nivolumab somministrato, in media, attraverso sei infusioni nell’arco degli 11 mesi di follow-up.

Inibitori di PD-1 e PD-L-1 sicuri nei pazienti con HIV
«Non vi è stato alcun decesso dovuto a tossicità e non si sono osservati eventi avversi correlati alla risposta immunitaria. Un paziente ha mostrato un aumento della carica virale e una riduzione della conta dei linfociti CD4 che indicano una riattivazione del virus, ma questo si è verificato a seguito dell’interruzione della terapia antiretrovirale» ha detto Gobert.

«Lo studio sembrerebbe confermare i dati di efficacia di nivolumab ottenuti nelle altre categorie di pazienti, anche se il numero limitato di soggetti analizzati e il breve periodo di osservazione non permettono di arrivare a conclusioni affidabili su questo aspetto. La ricerca, invece, può dare chiare indicazioni sulla sicurezza del farmaco» ha proseguito l’oncologo.

«Il dato più importante emerso dal nostro studio è che il trattamento sembra essere ben tollerato dai pazienti oncologici con infezione da HIV, in concomitanza con la terapia antiretrovirale. I risultati indicano la fattibilità dell'immunoterapia in questa popolazione di pazienti, che rappresenta una percentuale significativa nelle diagnosi di cancro, e per i quali i tumori sono stati responsabili di oltre un terzo dei decessi nel 2010. In futuro, questi risultati dovranno essere confermati in altri tipi di tumore» ha sottolineato Gobert.

Commentando i risultati, John Haanen, del Netherlands Cancer Institute di Amsterdam, ha affermato: «Questa è un’analisi retrospettiva di una coorte relativamente ristretta di pazienti, ma che comunque rappresenta uno dei più ampi studi presentati finora su soggetti con HIV in terapia con farmaci antiretrovirali e trattati con l’immunoterapia per un tumore metastatico. I risultati confermano quelli di altri lavori precedenti, di dimensioni ancora più ridotte, secondo i quali i pazienti oncologici sieropositivi possono assumere in tutta sicurezza farmaci anti-PD-1 durante la terapia antiretrovirale».

L’esperto dell’ESMO si è detto infine concorde con Goubert sulla necessità di confermare i risultati della ricerca francese in studi più ampi.

A. Gobert, et al. Tolerance and efficacy of immune-checkpoint inhibitors for cancer in people living with HIV (PWHIV). ESMO 2018; abstract 1213P_PR.