Un’analisi ad interim programmata dello studio MM-015 - una sperimentazione clinica di fase III, randomizzata e in doppio cieco, sulla terapia continua con lenalidomide per il trattamento dei pazienti con una diagnosi recente di mieloma multiplo, che non avevano i requisiti necessari per essere sottoposti a un trapianto di cellule staminali ha rivelato un miglioramento statisticamente significativo della sopravvivenza libera da progressione (Progression-Free Survival - PFS), l’endpoint primario di questo studio. I dati, presentati in occasione del 53° Meeting annuale dell’American Society of Hematology, riguardavano principalmente una sottoanalisi specifica dei soggetti di età pari o inferiore a 75 anni.

Lo studio, condotto su 459 pazienti, ha valutato i soggetti sottoposti a uno dei seguenti regimi di trattamento: lenalidomide somministrata in associazione a melfalan e prednisone, seguita dalla monoterapia continua con lenalidomide (MPR-R) (n = 152); lenalidomide impiegata in associazione con melfalan e prednisone, seguiti da placebo (MPR) (n = 153) e placebo, melfalan e prednisone, seguiti da placebo (MP) (n = 154).

«Questo studio – dichiara il prof. Antonio Palumbo, responsabile della Divisione Universitaria di Ematologia dell’Ospedale Molinette di Torino – continua a dimostrare la grande efficacia della lenalidomide nella terapia del Mieloma Multiplo. Un così elevato aumento del tempo di sopravvivenza, unito alla riduzione  del 70% del rischio di progressione della patologia, determinati dalla somministrazione in terapia continua, rappresentano già di per sé un successo. A questo bisogna aggiungere un fattore determinante che entra in gioco nella scelta della terapia, rappresentato dagli effetti collaterali, soprattutto nel caso di un uso prolungato. Anche qui, lenalidomide ha dimostrato la sua validità, garantendo un alto profilo di tollerabilità e sicurezza, permettendo quindi di raggiungere questi importanti risultati. Possiamo affermare, quindi, che questo farmaco, sempre di più, sta diventando una risorsa imprescindibile per assicurare non solo un prolungamento sostanziale della vita del paziente in termini di tempo, ma anche in termini della sua qualità.»

Nei pazienti di età < 75 anni, la terapia continua con lenalidomide secondo il regime  MPR-R ha prodotto una PFS mediana pari a 31 mesi, mentre i pazienti appartenenti al braccio di trattamento MP hanno evidenziato una PFS mediana di 12 mesi (p < 0,001). I soggetti di questo gruppo di età trattati con MPR-R hanno evidenziato una riduzione del rischio di progressione della malattia pari al 70%, rispetto ai pazienti sottoposti al trattamento con MP (rapporto di rischio (Hazard Ratio – HR 0.30). E’ stata inoltre osservata una tendenza ad un prolungamento della sopravvivenza globale in associazione al trattamento con MPR-R, rispetto al regime  MP (69% versus 58% a 4 anni, p = 0,133).

L’induzione con MPR ha prodotto un beneficio significativo in termini di PFS - 15 mesi rispetto ai 12 mesi per il regime  MP (p = 0,006). L’induzione con MPR ha determinato inoltre tassi più alti di risposta, rispetto al regime  MP (73% versus 47%) e  tassi di remissione parziale molto buona (Very Good Partial Remission – VGPR) pari rispettivamente al 35% e all’ 11%. Il tempo medio alla risposta è stato pari a 2 mesi per  MPR versus 3 mesi per  MP.

L’analisi programmata di riferimento ha calcolato la PFS a partire dall’inizio della fase di mantenimento per i trattamenti con MPR-R e MPR, dimostrando che la terapia di mantenimento con lenalidomide ha ridotto il rischio di progressione del 65% per tutti i pazienti, a prescindere dall’età (HR: 0,34).

L’induzione con MPR nei pazienti di età £ 75 anni ha evidenziato un profilo di sicurezza accettabile, consentendo alla maggior parte di questi soggetti di arrivare alla terapia di mantenimento con lenalidomide. Durante la fase di induzione, il trattamento è stato interrotto a causa della comparsa di eventi avversi nel 12% dei pazienti trattati con MPR e nel 4% dei soggetti trattati con MP. Gli eventi avversi ematologici di grado 4 osservati con maggiore frequenza durante l’induzione per MPR e MP hanno incluso neutropenia (31% e 7%), trombocitopenia (7% e 4%) e anemia (2% e 2%). Gli eventi avversi non ematologici di grado 3 o 4 più frequenti sono stati infezioni (8% e 6%) e dolori alle ossa (3% e 4%).

La terapia di mantenimento con lenalidomide è stata ben tollerata e non ha fatto registrare  tossicità cumulative. Gli eventi avversi ematologici di grado 4 più frequenti durante il mantenimento per MPR-R e MPR sono stati trombocitopenia (4% e 3%), anemia (3% e 1%) e neutropenia (1% e 0%). Gli eventi avversi non ematologici di grado 3 o 4 più frequenti hanno incluso infezioni (5% e 3%), dolori alle ossa (5% e 1%) e affaticamento (3% e 1%).

Questo studio clinico ha fatto osservare  l’insorgenza di secondi tumori primari (Second Primary Malignancy - SPM) ematologici e solidi durante le fasi di induzione e mantenimento, la cui incidenza (cruda) è  risultata inferiore rispetto ai tassi di incidenza corrispondenti attesi per questa popolazione di pazienti , fra cui 12/150 nel braccio di trattamento con MPR-R (3%), 10/152 nel braccio di trattamento con MPR (2,6%) e 4/153 nel braccio di trattamento con MP (1%).

Questi dati sono stati ricavati da uno studio sperimentale. L’impiego di lenalidomide non è approvato come trattamento iniziale per i pazienti affetti da mieloma multiplo.