Cinque dei primi sette bambini affetti da leucemia refrattaria alla chemioterapia e in recidiva trattati con un nuovo approccio di immunoterapia presso il Children's Hospital di Philadelphia e hanno ottenuto una risposta completa. A darne notizia è il quotidiano della città Philadelphia Inquirer. Due dei casi (in bambini con leucemia linfoblastica acuta; LLA) sono stati descritti in un articolo pubblicato sul New England Journal of Medicine a fine marzo.
Uno dei cinque responder, tuttavia, ha avuto una recidiva, mentre un bambino non ha risposto e dell’ultimo non è stato reso noto l’outcome.

Tutti e sette i bambini sono stati trattati con un vaccino costituito da cellule T modificate geneticamente con un recettore chimerico (CAR) capace di riconoscere l’antigene tumorale CD19, rendendole così in grado di attaccare i linfociti B che esprimono sulla superficie tale antigene, cioè le cellule B che aumentano in alcuni tipi di leucemie, come la LLA.

Il primo autore dell’articolo pubblicato sul Nejm, Stephan Grupp, direttore della ricerca traslazionale presso il Center for Childhood Cancer Research (CHOP) e professore di pediatria presso la University of Pennsylvania di Philadelphia, ha spiegato che, almeno per ora, il nuovo approccio è da riservarsi ai bambini che hanno già provato senza successo tutte le altre opzioni disponibili.

La LLA è il tumore maligno più frequente nell'infanzia. C'è tuttora un bisogno sostanziale di trattamenti efficaci per questa leucemia perché, sebbene più del 95% dei bambini a cui viene diagnosticata una LLA raggiunga la remissione, molti ricadono e, a quel punto, hanno una prognosi infausta perché le opzioni terapeutiche disponibili sono molto limitate, tant’è vero che la LLA. è tuttora la prima causa di morte per cancro tra i bambini.

I ricercatori della University of Pennsylvania non sono gli unici ad aver sperimentato un’immunoterapia a base di linfociti T ingegnerizzati con recettori diretti contro l’antigene CD19 per combattere la leucemia infantile. Circa 2 settimane fa, infatti, è stato presentato al congresso dell’American Association for Cancer Research uno studio di fase I del National Cancer Institute in cui si è utilizzato un protocollo simile.

In questo studio, l’immunoterapia sperimentale ha dimostrato un attività antileucemica in tre bambini su tre colpiti da LLA, anch’essi refrattari al trattamento.

Il primo autore dello studio, Daniel W. Lee, del Pediatric Oncology Branch del National Cancer Institute, ha spiegato che il protocollo seguito dal suo gruppo si differenzia da quello adottato dal team del CHOP per diversi aspetti, tra cui la tempistica.

"Volevamo qualcosa di più rapido. Abbiamo quindi deciso di raccogliere I linfociti T ... direttamente dai pazienti, anche se già sottoposti al trapianto di midollo osseo" ha affermato Lee, spiegando che il loro protocollo immunoterapico richiede solo 11 giorni per essere completato, mentre quello del CHOP è più lungo.

In generale, la terapia cellulare con linfociti T ingegnerizzati con un CAR anti-CD19 prevede innanzitutto la raccolta dei linfociti T autologhi e la loro trasduzione con un CAR capace di riconoscere l’antigene CD19. I linfociti T modificati vengono quindi espansi e attivati in vitro e poi reinfusi nel paziente, ha spiegato il ricercatore.

Al momento, la durata dell’effetto questo approccio immunoterapico è sconosciuta. Tuttavia, un adulto colpito da leucemia trattato presso la University of Pennsylvania è ancora in remissione a 2,5 anni di distanza dal trattamento.