Leucemia linfatica cronica, aggiunta di bevacizumab alla chemioimmunoterapia ritarda la progressione

L'aggiunta di bevacizumab alla chemioimmunoterapia di prima linea con pentostatina, ciclofosfamide e rituximab (regime PCR) potrebbe essere una strategia sicura ed efficace per il trattamento dei pazienti affetti da leucemia linfocitica cronica; tuttavia, questa combinazione sembra essere associata a un aumento della cardiotossicitÓ.

L'aggiunta di bevacizumab alla chemioimmunoterapia di prima linea con pentostatina, ciclofosfamide e rituximab (regime PCR) potrebbe essere una strategia sicura ed efficace per il trattamento dei pazienti affetti da leucemia linfocitica cronica; tuttavia, questa combinazione sembra essere associata a un aumento della cardiotossicità. A suggerirlo sono i risultati di uno studio di fase II appena presentato in occasione del convegno dell’American Association for Cancer Research (AACR), tenutosi a New Orleans.

Anche se la chemioimmunoterapia di prima linea ha migliorato in modo significativo il tasso di remissione completa nei pazienti con leucemia linfatica cronica, la ricaduta continua ad essere frequente, per cui servono strategie di trattamento più efficaci.

Si sa che il fattore di crescita endoteliale vascolare (VEGF) svolge un ruolo chiave nei pathway di segnalazione tra le cellule B della leucemia linfatica cronica e il loro microambiente; inoltre, bassi livelli basali di VEGF si sono dimostrati predittivi di una risposta migliore alla chemioimmunoterapia. Ecco perché gli autori dello studio (guidati da Paolo Strati, dell’MD Anderson Cancer Center della University of Texas di Houston) hanno provato a valutare la combinazione di un agente anti-VEGF, quale è bevacizumab, con la chemioimmunoterapia.

Per questo studio in aperto i ricercatori hanno arruolato 62 pazienti con leucemia linfatica cronica non trattati in precedenza. I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale al trattamento con bevacizumab più PCR (PCR-B) o il solo regime PCR come trattamento di prima linea.

Il 50% dei pazienti del gruppo trattato con PCR-B ha raggiunto una remissione completa contro il 33% nel gruppo trattato solo con il regime PCR, ma la differenza non è statisticamente significativa (P = 0,21). Invece, il gruppo trattato anche con bevacizumab ha mostrato una sopravvivenza libera da progressione mediana significativamente più lunga (P = 0,04) e anche una sopravvivenza libera da trattamento significativamente superiore (P = 0,05) rispetto al gruppo trattato solo con la chemioimmunoterapia.

Sul fronte della sicurezza e tollerabilità, Prati e i colleghi riferiscono che il 34% dei pazienti nel braccio trattato con bevacizumab più PCR ha manifestato tossicità cardiovascolare di grado 3 o 4, in particolare ipertensione, mentre nel braccio trattato solo con PCR nessun paziente ha mostrato questi problemi (P < 0,001). In tutto, ci sono stati sette casi di ipertensione, due di insufficienza cardiaca, uno di miocardite e uno di torsioni di punta.

L’aggiunta di bevacizumab ha portato anche a una riduzione dei livelli plasmatici dei ligandi delle chemochine 3 e 4 (CCL-3 e CCL-4).

P. Strati, et al. The addition of bevacizumab to chemoimmunotherapy prolongs progression-free survival in patients with chronic lymphocytic leukemia (CLL) through modulation of the microenvironment. AACR Annual Meeting 2016; abstract 1423.
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